Mario Rodriguez

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Sul Foglio, Tommaso Nannicini ha sostenuto che Vannacci non si contrasta con il fact checking, con le tabelle Excel o con la ricerca della copertura finanziaria. Chi pensa che basti dimostrare l’inconsistenza delle sue proposte continua a non capire perché quelle proposte raccolgano consenso. Mi chiedo, però, se l’alternativa sia davvero quella di restituire alla politica il compito di indicare un futuro. La conclusione di Nannicini è che servono “una direzione”, “un futuro”, una politica capace di costruire una visione. È un’idea che ha attraversato gran parte del pensiero politico del ‘900, quando sembrava plausibile immaginare che la storia avesse una direzione riconoscibile. Forse il punto è che, per oltre due secoli, abbiamo attribuito alla politica un compito che oggi nessuno può realisticamente assolvere: conoscere abbastanza il futuro da poterne indicare la direzione.

Oggi serve una politica che faccia i conti con l’incertezza, la complessità e con i limiti inevitabili della nostra conoscenza. Viviamo dentro trasformazioni tecnologiche, geopolitiche, ambientali e demografiche così rapide che nessuno possiede davvero una mappa del futuro. Ogni progetto si scontra continuamente con eventi imprevisti. Pandemia, guerre, rivoluzioni tecnologiche come l’Intelligenza Artificiale, crisi finanziarie: il nostro tempo sembra confermare che la storia procede dall’intreccio di intenzionalità, caso e contingenza. Per questo mi domando se non stia cambiando il compito di chi fa politica. Non un compito meno ambizioso, ma profondamente diverso. Non tanto protagonisti chiamati a indicare da soli una destinazione, quanto co-protagonisti capaci di accrescere, assieme ad altri soggetti sociali, l’intelligenza collettiva con cui una società affronta l’incertezza.