Marina Gamberini non è più sulla barella. Non ha più gli occhi sbarrati, né la bocca spalancata. Non c’è il treno sullo sfondo, né le macerie sparse sulla banchina, né il fante in mimetica, né il facchino col berretto e l’uomo in maglietta bianca che la sorreggono, in una delle foto più drammatiche scattate a Bologna il 2 agosto 1980. È in piedi, anche se le dissero che forse non avrebbe più camminato. Ha un figlio, e non credevano avrebbe potuto averne. Vuole che si parli della Strage, «così si smetterà di dire che non sono stati i fascisti». Lei ne parla da 46 anni. Nei tribunali, nelle piazze e nelle scuole. Lo fa per quelle sei ragazze con cui divideva una mattina d’ufficio, quando la bomba è esplosa. Che giornata è stata questa commemorazione? «Stupenda. Piena di gente. C’è sempre un groppo in gola e al contempo la gioia immensa nel vedere quelle ali di folla che applaudono». C’era più gente del solito? «La piazza era veramente piena, alla faccia di chi dice che le persone vengono per saltare il lavoro. Era domenica e c’era un caldo terribile. La città ha dato una lezione di democrazia». Però c’è ancora chi fatica ad ammettere la matrice neofascista dell’attentato. .. «Ci sono tre gradi di giudizio. È scritto nero su bianco. La matrice neofascista non può più essere discussa. Chi lo nega, non fa altro che rendersi ridicolo. Non si può fare revisionismo su tutto, sennò smettiamo di essere uno Stato di diritto. Forse, basterebbe parlare di più della strage, per avere tutti le idee più chiare. Vede, noi solo quest’anno avremo incontrato 10 mila ragazzi nelle scuole. Non ne sanno nulla, perché i programmi di storia non arrivano fino al 1980. Ma, quando gliene parliamo, allora, si interessano e producono lavori stupendi». L’iter giudiziario è stato lungo. Si aspettava di vedere condannati esecutori, mandanti e fiancheggiatori? «Lungo e sofferto. Il punto in cui abbiamo avuto il morale più basso è stato quando presentammo la documentazione per gli ultimi due processi e ci dissero che non volevano darci false speranze. Quando però hanno fatto partire l’inchiesta, abbiamo ricominciato a sperare». Lei è diventata un simbolo della strage per la foto che le fu scattata. Come ha convissuto con quell’immagine? «L’ho vissuta male. Quella foto mi ha inchiodato all’etichetta di vittima. La gente molto spesso mi diceva: “Ah, ma tu sei quella della foto” . “Ah, ma sai chi è lei? La ragazza della bomba” . Quindi, oltre a guarire dalle ferite, superare il trauma psicologico, dovevo anche dimostrare di essere qualcos’altro oltre a quello scatto. Al tempo stesso, mi rendo conto che quella foto ha avuto un potere enorme, per trasmettere la portata della tragedia e tenere vivo il ricordo». Quanti anni aveva? «Vent’anni». Stava lavorando, non era di passaggio. «E ho perso sei colleghe. La mia amica Franca Dall’Olio, per esempio. Io ho chiesto tante volte a suo padre come si sopravvive alla scomparsa di un figlio, e lui mi ha risposto che Franca è stata un seme per tutti noi. Oppure, Mirella Fornasari. Eravamo separate da un plexiglass in ufficio quando è esplosa la bomba. Fu l’ultima ad essere ritrovata, alle tre di notte. Non sa quanto è stato difficile per me ieri essere accanto a suo figlio. Avrebbe dovuto esserci lei, invece, c’ero io». Oltre al senso di colpa, il ricordo delle sue colleghe le dà forza? «L’ho fatto solo per loro. Tutto quello che ho fatto, è stato per loro». È poi riuscita a diventare altro nella vita, oltre alla ragazza della foto simbolo? «Nelle due ore che ho passato sotto le macerie, mi disperavo per non essere riuscita ad avere una famiglia. Proprio come quella di Mirella, che mi parlava spesso del marito e del figlio. Questo mi ha tenuto attaccata alla vita. E, alla fine, ce l’ho fatta. Mi avevano detto che, per le ferite, non avrei potuto avere figli. Invece, dopo tanti anni, sono rimasta incinta. Mio figlio è nato prematuro, durante una delle crisi di panico di cui ho sofferto a lungo. Adesso è un ragazzo grande, forte. È entrato in associazione insieme a me». Ricominciò anche a lavorare? «Provai a tornare al mio posto, ma tutto mi ricordava le mie amiche. Vedevo la loro calligrafia, i loro nomi, era come vivere un incubo. Quindi, ho cercato lavoro altrove e il Comune mi aiutò a trovarlo. Io non sono mai più riuscita a entrare in stazione a Bologna. Neanche adesso. Dentro, non riesco ad andare».
Marina Gamberini: “Non sono più entrata in stazione è ridicolo chi nega la matrice nera”
La sopravvissuta: «Sotto le macerie ho sognato di avere una famiglia»










