Il cielo si oscura, l’aria diventa acre e la cenere si deposita su balconi e automobili anche a chilometri di distanza dalle fiamme. Nell’estate rovente che sta attraversando l’Italia, con incendi che minacciano boschi, abitazioni e località turistiche, il pericolo non riguarda soltanto chi si trova vicino al fronte del fuoco. Il fumo può viaggiare molto lontano ed esporre intere città a sostanze inquinanti capaci di danneggiare la salute. Agli effetti già conosciuti sui polmoni e sul sistema cardiovascolare potrebbe aggiungersene uno meno evidente: l’aumento degli attacchi di emicrania e di altri mal di testa tanto intensi da richiedere il ricorso al pronto soccorso.

A suggerirlo è un ampio studio pubblicato su JAMA Network Open, condotto su quasi un milione di accessi ai dipartimenti di emergenza in Canada. Nei giorni caratterizzati dalla presenza nell’aria di particolato fine proveniente dagli incendi, le visite per emicrania e altre cefalee primarie sono aumentate del 6%. Un’associazione che non è stata invece osservata in maniera significativa nei giorni in cui il particolato proveniva da fonti diverse dagli incendi.

Quasi un milione di accessi al pronto soccorso

I ricercatori, coordinati da Robert Dales della Population Studies Division di Health Canada, hanno analizzato 997.701 accessi ai pronto soccorso dell’Alberta e dell’Ontario avvenuti tra il 2010 e il 2023 durante le stagioni degli incendi, comprese tra maggio e ottobre. La maggior parte delle visite, circa l’86 per cento, riguardava l’emicrania, mentre le restanti erano legate ad altre forme di cefalea primaria, cioè mal di testa che non dipendono da un’altra patologia. Gli studiosi hanno ricostruito l’esposizione al PM2,5, il particolato formato da particelle con un diametro uguale o inferiore a 2,5 micrometri, distinguendo quello prodotto dagli incendi dal particolato proveniente da traffico, riscaldamento e attività industriali. “I risultati suggeriscono che l’esposizione al PM2,5 proveniente dagli incendi possa precedere episodi di cefalea così severi da richiedere assistenza in pronto soccorso”, spiegano Dales e colleghi nelle conclusioni del lavoro.