Vogliamo tutto e subito. Così il pensiero critico è azzerato e non riusciamo più a stare attenti. Travolti dalla compulsività digitale. In questo modo veniamo distratti dai problemi veri. Tipo gli stipendi che non crescono.

«Le persone infelici hanno bisogno solo di qualcuno che sia capace di prestare loro un po’ d’attenzione». Se è vero quel che ha scritto la filosofa francese Simone Weil, è chiaro perché viviamo un tempo nel quale la felicità pubblica e privata non pare essere all’ordine del giorno. Quasi fosse un lusso, come invece risulta essere oggi l’attenzione. Un modo di essere e relazionarsi con il mondo circostante (cose e persone) attivo e partecipe, insomma premuroso. Che però si attiva sempre più raramente e in tempi sempre più brevi.

Cosa fai quando non fai niente?

L’invito a stare attenti che sino a trent’anni fa era l’esortazione più ricorrente nelle scuole d’ogni ordine e grado è oggi moneta fuori corso. Giovani e giovanissimi sono ormai fisiologicamente menti vaganti e scrollanti. Ma anche per gli adulti il multitasking, che con i device mobili ha moltiplicato i modi di fare più cose nello stesso tempo e anche in movimento, è il maggiore attentatore della concentrazione; oltre che della precisione e della cura nei vari compiti nei quali si è impegnati. Fare tre cose contemporaneamente e pensarne nel contempo altrettante, magari mentre si sta guidando o telefonando è ormai comportamento molto diffuso. Tanto che non c’è forse provocazione più curiosa e interessante che chiedersi, come fa un saggio recente curato dalla British Sociological Association: cosa fai quando non fai niente?