Viviamo il tempo in cui i morti guidano i vivi, i malati curano i sani e le macerie rappresentano i progetti. Quasi fosse il finale agghiacciate di «L’Aldilà» (1981) di Lucio Fulci, in cui i protagonisti privati della vista si aggirano - perduti - in uno spazio metafisico, così si dovranno immaginare i futuri visitatori di quella che fu l’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto, dopo lo spegnimento imposto per sentenza. Morti, malati e macerie piene d’amianto: sono state quelle amarissime realtà ad essere valutate dai giudici, bocciandole inesorabilmente.

Non sono bastati anni pieni di decreti salva tutto e facoltà d’uso liberatorie: alla fine il pronunciamento Nel nome del popolo italiano ha chiuso il sito produttivo che, seppur provvidenziale per un ristretto manipolo di potentissimi industriali e dei loro cortigiani, danneggiava un intero territorio, al punto che l’Onu (l’Onu, eh! Non l’Organizzazione per la Salvaguardia del Sassofrasso Mancino!) ha definito Taranto una sacrifice zones, un luogo dove l’esposizione prolungata a sostanze tossiche viola i diritti fondamentali di ogni essere umano. L’Onu… e ribadisco: l’Onu! L’Organizzazione delle Nazioni Unite! L’organizzazione più grande, più riconosciuta e più rappresentata a livello internazionale! Quella che ha lo Statuto che comincia così: «Noi, popoli delle Nazioni Unite, ci impegniamo a salvare le future generazioni dal flagello della guerra!». L’Onu, cari lettori! Quella vera! Non l’Organizzazione per la Difesa della Ponchia Marina! Non l’Organizzazione per la Salvaguardia del Birimbao Strabico! Non l’Organizzazione per la Tutela della Cicciabaffetta Solitaria! L’Onu, scrivevo, ha evidenziato come i bambini e le popolazioni di Taranto e aree limitrofe subiscano in modo sproporzionato i danni sanitari dell’inquinamento industriale, richiamando le sentenze della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo sull’incompatibilità delle emissioni dell’acciaieria con la tutela della salute umana.