Sull’ex Ilva è l’ora per l’Italia (e per l’Europa, visto che si tratta della maggior acciaieria del continente) di constatare la dura verità: la battaglia è persa. L’area a caldo — quella che consente di produrre acciaio primario a partire dai minerali — sarà chiusa. Entro 90 giorni gli altoforni andranno spenti. E questo perché non siamo stati in grado in 13 anni di trovare una soluzione che tenga insieme tutto: l’ambiente e il lavoro. Era il giugno del 2013 quando il gruppo fu commissariato in seguito alle indagini della magistratura. Oggi restano due tonnellate di amianto da rimuovere. Mentre le polveri sottili sono sì sotto la soglia di legge, ma solo perché al momento il mercato ha dimezzato la produzione. Questo dice in sostanza la sentenza della corte d’appello di Milano. Se ne può discutere. Ma una cosa è certa: dal 2013 non è stato fatto tutto quello che si doveva e poteva per mettere al sicuro sia le vite di chi abita nei quartieri limitrofi che il lavoro dei 10 mila dipendenti.

Come ha segnalato il professor Carlo Mapelli, ordinario di Siderurgia al Politecnico di Milano e consulente del commissario Enrico Bondi, intervistato da Giuliana Ferraino sul sito del Corriere, un piano per eliminare gradualmente il carbone e introdurre forni elettrici entro il 2021 esisteva già nel 2014. Non si è voluto accettare da subito la sfida del rilancio. Da lì in avanti le cose sono andate di male in peggio. Segnaliamo qui soltanto due passaggi chiave. Il primo riguarda la venuta meno dello scudo penale nella fase in cui era Arcelor Mittal a gestire il gruppo. Da lì in avanti il rapporto con i franco-indiani risultò compromesso.