VENEZIA - Il primo contatto avveniva attraverso la messaggistica di un social network - di solito Facebook, qualche volta Instagram - oppure direttamente su Whatsapp, così da dare l’impressione di una maggiore confidenza, quasi ci si fosse già scritti in passato. La proposta era formulata in toni entusiastici ma precisi, il nome della sedicente società di comunicazione sbandierato come garanzia di affidabilità, di una struttura solida dietro a quel messaggio in chat. E l’idea pareva ghiotta davvero: bastava mettere qualche “mi piace” o assegnare qualche stellina per guadagnare; pochi euro alla volta, certo, ma lo sforzo richiesto era talmente minimale che anche incassando due o cinque euro per volta si poteva arrivare velocemente a moltiplicare la cifra per cento. Era a quel punto, però, che scattava la trappola dei truffatori: per andare oltre, infatti, il collaboratore veniva invitato a investire a sua volta - e cifre ben più consistenti; quando versava la sua quota, nell’ordine delle migliaia di euro, ecco che si interrompevano le comunicazioni, i “datori di lavoro” sparivano e, con loro, anche i soldi.
Il Centro operativo per la sicurezza cibernetica della polizia postale del Veneto ha recentemente smascherato e smantellato una rete criminale specializzata nella cosiddetta “truffa dei like”, o “task scam” (letteralmente: l’imbroglio degli incarichi): il gruppo di imbroglioni, operativi online e quindi disseminati per mezza Italia, erano già riusciti ad accumulare circa 500 mila euro di bottino, sottratti a decine di persone - ma la stima è meno che parziale, visto che gli accertamenti sono ancora in pieno svolgimento. Tra i tanti “agganciati”, però, c’era anche un professionista veneziano: è stato lui che, un paio di mesi fa, dopo i primi scambi con i delinquenti, non solo ha mangiato la foglia ma ha anche prodotto una segnalazione ben documentata che ha consegnato nelle mani della sezione operativa del Cosc. IL SISTEMA Le indagini, condotte dal primo dirigente Antonio Caliò e coordinate dal pubblico ministero Stefano Strino, hanno ricostruito lo schema messo in piedi dai truffatori, prima di arrivare a rintracciarne sette. Il sistema proponeva alle vittime una forma di lavoro “flessibile”: compiti semplicissimi, come mettere un “mi piace” a filmati pubblicati su note piattaforme online, oppure recensire alberghi, b&b e canali social. Per ogni incarico portato a termine erano previsti compensi tra i due e i cinque euro, che venivano effettivamente accreditati al collaboratore, ma su un conto online appositamente aperto per lui, a cui doveva registrarsi. Quando il totale raggiungeva qualche centinaio di euro - trecento, nel caso del veneziano che ha denunciato - la presunta “agenzia” proponeva il salto di qualità: si poteva passare alla società “madre”, migliorando le proprie entrate; era necessario un investimento, però, anche come prova di fiducia, dai mille ai diecimila euro, a seconda della persona. Intanto i conti venivano congelati, si parlava di sanzioni, tasse di sblocco o commissioni, ogni pretesto andava bene. E, una volta svuotato il portafoglio della vittima, i responsabili si volatilizzavano. PERQUISIZIONI E SEQUESTRI La Postale si è concentrata sulla rete di conti correnti utilizzati per occultare il denaro, spesso frazionato e trasferito all’estero per renderlo impossibile da tracciare. Gli investigatori del Cosc sono riusciti a risalire la filiera dei prestanome e dei promotori della frode fino ad arrivare a sette nomi: uno straniero e sei italiani, tutti residenti tra Toscana, Campania, Lombardia, Liguria, Sicilia e Calabria; il più giovane ha 21 anni, il più anziano è nato nel 1974. Denunciati a piede libero, hanno visto le divise passare al setaccio le loro abitazioni e mettere sotto sequestro computer, hard disk, cellulari e tablet. Le indagini continuano, però, tanto per risalire ad altri complici quanto per raggiungere tutte le vittime del raggiro.









