Roma, 2 agosto 2026 – L’incontro alla Casa Bianca del 28 luglio tra Volodymyr Zelensky e Donald Trump ha mostrato quanto la situazione sia mutata dai tempi dell’agguato del 28 febbraio 2025, quando il presidente americano e il suo vice attaccarono il presidente ucraino davanti alle telecamere, intimandogli di riconoscere che non aveva “le carte”. Hanno discusso dei Patriot, della pressione economica sulla Russia e della possibilità di rilanciare il negoziato. Anche se appena due giorni dopo Trump ha già ridimensionato la propria disponibilità sui Patriot: trasformarlo in un alleato affidabile è una missione probabilmente impossibile.
Eppure, è indubbio che sul piano internazionale il presidente ucraino abbia significativamente rafforzato la propria posizione. È perciò singolare che nell’universo mediatico italiano continui a essere visibile e legittimata una rappresentazione caricaturale di Zelensky: ostacolo alla pace, autocrate aggrappato al potere, responsabile delle sofferenze del proprio Paese, in crollo di popolarità (mentre i sondaggi raccontano tutt’altro). Ogni caso di corruzione, il problema delle diserzioni, ogni scontro ai vertici diventa la prova del crollo imminente della sua leadership. È accaduto nel luglio 2025, quando Zelensky tentò di ridimensionare l’indipendenza degli organismi anticorruzione. È accaduto di nuovo con le proteste seguite al licenziamento del ministro della Difesa Fedorov. Vicende che raccontano di errori, ma anche, come osservava ad esempio El País la settimana scorsa, della vitalità della società civile ucraina. In entrambi i casi le proteste hanno costretto il presidente a correggere le proprie decisioni.










