Calcio Il capo del calcio mondiale rinuncia all’idea di privatizzare la World cup. Per la Uefa è una vittoria soltanto apparente: la politica del pallone ormai è cambiata per sempre

Nato a Ostia nel 1988, laureato in Filosofia. Si occupa di antropologia del calcio

L’opposizione di Aleksander Ceferin, presidente della confederazione europea del calcio, può sembrare tosta, una di quelle solide e ben assestate. Il risultato, l’inatteso dietrofront di Gianni Infantino sulla creazione di una holding per gestire diritti e organizzazione delle competizioni Fifa, quasi occhieggia alla formazione di un governo ombra del pallone globale a guida europea. Ma la realtà è un’altra: la Uefa può ambire al massimo a solleticare il mondo di relazioni e interessi costruito da Infantino in questo decennio da presidente Fifa. Quello che vale per la politica vera e propria, con l’Europa disunita e relegata a un ruolo marginale, avviene anche nella politica calcistica.

TRA L’ALTRO la Uefa, quand’anche Ceferin riuscisse nell’impresa utopica di formare un fronte compatto, unico e granitico contro Infantino, conterebbe comunque solo per il 25% del calcio mondiale, avendo 55 federazioni su 211. Nulla potrebbe, a guardare gli equilibri dell’amministrazione pallonara internazionale, contro il sistema infantiniano. Dal 2016, anno in cui il classe 1970 nato a Briga, in Svizzera, da immigrati italiani, è salito al vertice, l’allargamento del mercato calcistico (più competizioni con sempre più partecipanti) ha allargato la platea di chi al suo indotto si abbevera e, di conseguenza, ha prodotto una convergenza di consensi praticamente universale verso Gianni. A certificarlo ci sono le due riconferme, 2018 e 2023, avvenute per acclamazione, senza scrutinio o sfidante.