«I figli vanno educati, vanno plasmati, non vanno mai bastonati, ma amati per quello che sono», Maurizio Beghin, del mondo della cooperazione sociale del Consorizio Ex.it, realtà brianzola fondata su ispirazione e spinta di Exodus, ricorda ancora quella omelia di Natale di tre anni fa in cui don Antonio Mazzi disse questa frase, che come tante delle sue lezioni oggi è una guida per tutti quelli che ne piangono la perdita. Nella cooperazione sociale e in tanti altri ambiti l’eredità di don Antonio è soprattutto l’attenzione per i giovani, ci dice ancora Beghin al telefono, dopo avere appreso della perdita dell’amico e speranzoso di «riuscire a portare avanti questo suo spirito in tutto quello che faremo». Poche ore dopo, nel pomeriggio, molti di quei giovani e meno giovani, le cui vite sono cambiate grazie all’incontro con don Antonio, erano lì per un saluto al "prete di strada", nella camera ardente allestita nella sede storica di Exodus, alla Cascina Molino Torrette del Parco Lambro, Milano.Educatori, ex o attuali ospiti delle comunità di Exodus e giovani che in esse fanno servizio stanno arrivando da tutta Italia. Tra quegli stessi “ragazzi e ragazze cattivi”, chi dà una mano portando fiori e piante per abbellire la cascina, chi si ferma nella camera ardente davanti alla bara o si siede a pregare, chi si protegge appena fuori dalla stanza nei pochi ritagli d’ombra, in un pomeriggio eccezionalmente afoso che tocca circa i 37 gradi. C’è chi scambiando una chiacchiera ricorda ora con tenerezza «i suoi modi a volte un po’ rudi ai quali si finiva per affezionarsi», ma anche che «ero in mezzo alla strada e grazie a loro ne sono venuto fuori». Una frase emblematica delle tante storie di ragazzi le cui vite sono cambiate grazie all’incontro con Exodus. «Una parola, questa, che racchiude l’eredità più grande che ci ha lasciato, l’idea di essere un esodo, uno stimolo per la società impantanata», ci dice Franco Taverna, vicepresidente di Exodus, accogliendoci nella sede. Don Antonio si ricorda soprattutto per il lavoro con le vittime della droga e per i tanti che ha tirato fuori da quel tunnel: «Come Roberto, un ragazzo che faceva il parcheggiatore ed era tossicodipendente. Renato Zero, vedendolo, gli disse “Questo è il numero di don Mazzi, chiamalo!”. Roberto è entrato in comunità, è andato a scuola, è diventato un educatore e adesso è responsabile di una comunità». Ma se prima il tema più urgente era la tossicodipendenza, ora a quella si unisce il bisogno educativo degli adolescenti, spiega, ricordando alcune storie emblematiche di ragazzi aiutati: «C’è per esempio un adolescente che stavano bocciando in terza media. Con lui abbiamo iniziato un percorso attraverso il linguaggio della musica e lui ha scritto una canzone bellissima e piano piano sta venendo fuori». Anche negli ultimi tempi, quando era stato ricoverato, don Antonio era proiettato sulle cose da fare per i giovani: «Adesso abbiamo il progetto di trasformare questa sede in un centro educativo, per rispondere alle emergenze che riguardano gli adolescenti. Lui stava male, ma continuava a dirmi “Franco dobbiamo cominciare!”. Fino alla fine era proiettato sulle nuove necessità e sui nuovi inizi», racconta Taverna.«Come diceva don Antonio, si tratta di riscoprire l’acqua calda, perché quando usi strumenti come la musica, lo sport, il volontariato... metti una scintilla che accende il motore della motivazione. Nessuno è irrecuperabile, nessuno è l’errore che ha commesso», ricorda invece di don Mazzi, Luigi Maccaro, educatore responsabile della comunità Exodus di Cassino. «Penso a Malcolm, che quando è arrivato in comunità da noi per sei mesi è stato fermo, con la testa bassa, senza parlare. Oggi fa l’aiuto barista in un bar di Roma ed è completamente inserito. O ancora a Kuan, anche lui con una storia pesante, un ragazzo rifiutato dai genitori che però partecipando a un nostro laboratorio musicale ha scoperto la possibilità di fare musica. Oggi canta la sua storia e aiuta gli altri ragazzi a fare lo stesso».«La lotta di don Antonio è sempre stata di tirare fuori dai ragazzi la loro capacità di resilienza e di consapevolezza di quanto accaduto, per poter guardare al futuro in una maniera diversa», ci dice infine Cristina Mazza, del board della Fondazione, che con questa curiosità e capacità di vedere sempre il bello delle persone, appresa da don Antonio, spera di portare avanti la sua eredità, continuando a «voler bene ai giovani, comprenderli, stare con loro».