di
Alessio Di Sauro
Nella comunità Exodus fondata nel 1984 da don Mazzi: «Ancora ieri, in fin di vita era proiettato verso il futuro»
Lo piangono gli amici, i ragazzi delle sue carovane a cui ha dedicato l’esistenza garantendo loro un futuro al di fuori della tossicodipendenza, i compagni di percorso di una vita consacrata agli ultimi. A 96 anni don Antonio Mazzi si è congedato. Il fondatore di Exodus è morto in casa sua, nella Cascina Molino Torrette al Parco Lambro, che aveva eletto a quartier generale della Fondazione e dove abitava circondato dai giovani della comunità, a cui per 42 anni ha offerto aiuto tessendo le fila di una rete di associazioni di volontariato e cooperative in grado di offrire educazione, supporto terapeutico e avviamento professionale. E proprio al Parco Lambro dalle 17 di sabato 1° agosto verrà allestita la camera ardente prima dei funerali di lunedì, alle 15, presso la Basilica di Sant’Ambrogio; qui dove nel pomeriggio iniziano ad arrivare alla spicciolata amici e volontari.
Ci si abbraccia e si piange, mentre i ragazzi continuano a curare il prato e a lavorare. «È stato un padre prima ancora che un prete, una guida e un compagno di viaggio per tutti i ragazzi che in questo momento sono nelle nostre comunità, per chi non ce l’ha fatta e chi invece è riuscito a tornare a una vita serena — racconta commossa Cristina Mazza, storica collaboratrice e amica, 32 anni di lavoro in Exodus e presidente di Educatori senza frontiere —. Ci ha sempre insegnato che la vita è fatta di sogni, ma che quei sogni devono avere le gambe per poter camminare. Lui c’era, sempre. Oggi abbiamo perso un uomo, ma non la nostra guida».










