Con Ceuta che è tornata a fare i conti con un nuovo picco di arrivi di migranti dal Marocco dai numeri quintuplicati rispetto alla crisi del 2021, negli ultimi mesi una parte degli ambienti conservatori e filo-israeliani statunitensi ha individuato proprio nel regno di Mohammed VI una leva per aumentare la pressione sul governo di Pedro Sánchez. Sullo sfondo dello scontro tra Madrid, Washington e Tel Aviv – alimentato dalle critiche spagnole a Israele e dal rifiuto di concedere agli Usa alcune basi militari durante la guerra con l’Iran – editoriali, analisi e interventi politici hanno rilanciato le rivendicazioni marocchine su Ceuta e Melilla, descrivendo le due enclave come il punto più vulnerabile della Spagna e, di riflesso, dell’Europa.

I rapporti tra l’amministrazione Trump e la casa reale di Rabat si sono fatti sempre più stretti negli ultimi mesi. Due settimane fa, il 13 luglio, le due parti hanno firmato un memorandum d’intesa per la creazione di una struttura militare congiunta nel paese in terra marocchina. L’intesa è stata siglata da Mohammed Berrid, ispettore generale delle Forze armate reali, e da Dagvin Anderson, comandante del Comando degli Stati Uniti in Africa (Africom). Il centro consolida il ruolo del Regno quale partner di riferimento per la sicurezza nel continente e si inserisce nell’attuazione della Roadmap 2026-2036 per la cooperazione in materia di difesa firmata dai due Stati il 16 aprile, un accordo quadro decennale che amplia la cooperazione tra i due paesi in settori come la difesa aerea e missilistica, le esercitazioni congiunte, l’intelligence, l’industria della difesa e la modernizzazione delle Forze Armate Reali marocchine.