Pubblicato il: 01/08/2026 – 17:38

di Eugenio Furia

COSENZA Quando passeggiando per le strade di Cosenza potevi imbatterti in Patti Smith e non in Serena Brancale, mentre sul palco del Rendano saliva Jacques Derrida invece di Biagio Izzo, una piccola ma coloratissima bottega nel cuore del centro storico ne guidava la silenziosa rinascita, a dimostrazione che l’anima di un quartiere non è detto debba essere necessariamente una boutique o un pub. C’è stato un tempo, ormai oltre trent’anni fa, in cui la movida a Cosenza vecchia era anzitutto culturale: un teatro di tradizione che funzionava, una radio comunitaria, la Casa delle Culture che pulsava accanto alla bottega del mondo di Federico “Ricuzzo” Mazzei e piccoli anfratti di bellezza resistente come il Graffio di Giuseppe Filosa detto Giosino: la sua galleria-laboratorio di piazza Duomo ha sfornato per tre decenni – a partire dalla renaissance di metà anni 90 ad opera dell’allora sindaco Giacomo Mancini – non solo quadri e sculture, mostre ed eventi, ma generazioni di pittori o aspiranti tali. Oggi che Filosa non c’è più – montaltese di nascita, è venuto a mancare in quella Svezia che aveva scelto come seconda patria per via di una figlia che lì si è stabilita – mancano più che mai il suo sorriso e la sua aneddotica: divulgatore senza la boria accademica dei cattedratici introduceva le prime spaesate comitive di “forestieri” in visita su corso Telesio alla bellezza dei nostri luoghi, è stato quasi un testimonial involontario del genius loci; poteva citare un pittore francese – come uno di quelli per cui aveva scelto sia il nome del proprio cane inseparabile sia una massima da dipingere sull’ingresso – e mostrarti una delle sue piazze naif che descrivono il centro storico meglio di mille cartoline, mentre parlava del maudit Mario Mauro da Sant’Ippolito e della sua lucida follia di ex emigrante e operaio nella Germania brutalista dedito a ritratti di ungulati e terrificanti medici o giudici.