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Un maranza non ancora maranza, una volta, mi ha detto che l’unico sogno che aveva era diventare ricco, ma quando gli ho chiesto cosa volesse fare coi soldi non ha saputo rispondere. Il giorno dopo ho portato a scuola un chilo di monete di cioccolato della Lidl e ne davo una a chi rispondeva giusto alle domande di storia. La lezione si è trasformata in una specie di riffa dove hanno sbancato lui e un altro paio di maranza non ancora maranza che forse avevano ascoltato più lezioni di quanto io avessi immaginato.

Con la bocca sporca di cioccolato e le mani piene di carta d’alluminio dorata mi hanno detto che tra i soldi veri e quelli al fondente preferivano quelli al fondente.

I maranza non ancora maranza partecipano ai percorsi di orientamento ma non capiscono niente perché non si interrogano mai su loro stessi. Possono accedere allo sportello psicologico scolastico ma non sanno che farsene perché non sanno spiegare i sentimenti. Se gli chiedi cosa vogliono diventare da grandi ti rispondono che vogliono «fare il business» ma non sanno cosa sia la finanza: se lo scoprissero si iscriverebbero a economia e forse sarebbero eccellenti manager, ma ci vorrebbe qualcuno che creda in loro così fermamente da insegnargli forte la matematica. Invece noi spesso li promuoviamo col minimo, perché ci mancano il sostegno, la mediazione culturale, i tempi e gli spazi per aiutarli a migliorare davvero e alla fine loro a fare finanza non ci vanno. Alcuni faranno “il business” con le droghe, ed è un peccato perché molti sarebbero eccellenti in giacca e cravatta a Wall Street.