Suona alle due e mezza del mattino la sveglia che spezza la notte di centinaia di donne nella provincia di Taranto. Non è ancora l’alba quando la giornata lavorativa ha già inizio: ci si veste al buio, si prepara a fatica un caffè e si esce di casa per raggiungere i punti di raccolta dove attenderanno i pullman. Per molte di loro, la vita di campagna non ha il sapore della tradizione o del contatto con la natura, ma il peso di un’usura fisica, economica ed emotiva inesorabile.

La fatica del lavoro nei campi incide profondamente sul corpo. La schiena piegata per ore a selezionare ortaggi o a pulire i grappoli d’uva nei vigneti, chiamata acinellatura, il sollevamento continuo di ceste pesanti sotto il sole estivo o nel fango dell’inverno mettono a dura prova l’apparato muscolo-scheletrico. Non si tratta solo di stanchezza passeggera: dopo anni di questo sforzo, le articolazioni crollano e la salute si compromette irrimediabilmente. Molte lavoratrici arrivano a dover richiedere la pensione di inabilità o l’invalidità perché il loro fisico semplicemente non ce la fa più.

I dati e l’analisi del contesto territoriale provengono dalle tante storie ed esperienze messe insieme da Giuseppe Romano, segretario generale della Flai Cgil di Taranto, che sottolinea l’impatto sociale e strutturale di questa forma di occupazione. «Sul nostro territorio – riferisce - le donne e i lavoratori stranieri rappresentano un’incidenza numerica notevole. In questa tipologia di lavoro viene tolta alla vita normale di famiglia e di società comune una quantità di ore fondamentali. Ma c’è un dato che risalta più di tutti: l’usura del fisico. E quando subentra il ricatto lavorativo, purtroppo, la lavoratrice diventa debole rispetto al padrone».