Serena si è svegliata che il sole non era neppure comparso in cielo. Ha sistemato lo zaino, è uscita di casa ed è arrivata in magazzino quando l’orologio segnava le sei meno venti del mattino. Ha preso posto dietro il banchetto e afferrato il primo carico d’uva. "Bruttissima", dice, piena di acini piccoli da rimuovere secondo i crismi del suo mestiere. Di professione Serena è addetta al confezionamento dell’uva. Che di prima mattina maneggia con esperienza – in magazzino ci lavora già da qualche anno – e snellisce, così da far restare, nel grappolo, solo gli acini buoni. Lo fa per tre ore e mezza, fino alla prima pausa. Un quarto d’ora – appena il tempo di correre a prendere lo zainetto con la colazione - e si riparte. Altre tre ore e mezza, che diventano quattro ore e anche più, senza sosta alcuna.
In magazzino c’è chi timidamente protesta. "Quando ci fermiamo?" si leva qualche voce. "Forza ragazze", risponde la responsabile, "veloci, come stamattina". Ma la mattina è già lontana, e Serena, al pari delle altre lavoratrici, è in piedi da ore. Qualcuna getta la spugna. Chi resta, continua. Lei resta. Per la famiglia, l’affitto da pagare. Altro tempo in piedi, un’altra breve pausa di un quarto d’ora e altre operazioni sui grappoli, scandite, ancora, dagli incitamenti della responsabile: "Non mollate", dice, "solo un altro poco".






