Scrivo di un mistero che non c’è più. Quarantasei anni fa, il 2 agosto 1980, alle 10.25, una bomba esplose nella sala d’aspetto della stazione di Bologna. 85 i morti, oltre 200 i feriti. Tra il 1995 e il 2025, sono stati condannati con sentenza definitiva un commando di terroristi neri come esecutori e Gelli e la loggia P2 come mandanti e depistatori.Quarantasei anni fa, la guerra sulla strage prendeva forma. Una ricerca del Centre for Security Studies dell’Università di Padova mette in luce come, a partire dall’anno seguente al tragico attentato, ogni anniversario sia stato caratterizzato da un profondo e duro momento di scontro politico. A prescindere dal partito al governo o dal rappresentante del potere scelto per la commemorazione, ogni 2 agosto ha significato un’occasione di riflessione, di ricordo delle vittime, ma anche di decisa protesta nei confronti di un potere che è stato accusato di essere complice, di aver coperto, depistato, manipolato i dati di realtà. Di aver nascosto la verità.

Qualche dato, a volo d’uccello. Negli anni Novanta, Giulio Andreotti lascia balenare l’idea di togliere l’aggettivo fascista dalla lapide, generando un vespaio di polemiche. A metà di quel decennio, l’allora Presidente dell’Associazione tra i familiari delle vittime, Paolo Bolognesi, denuncia l’omertà dello Stato e il Presidente della Camera, Luciano Violante, chiede che venga rivisto il segreto di Stato sulla documentazione. Nel 2000, sono 20mila le persone in strada per ricordare l’attacco. È l’anno in cui viene fischiato il Presidente del Consiglio Giuliano Amato, poi è il turno del Presidente della Camera Casini nel 2001, del ministro Buttiglione nel 2002, di quelli di Tremonti nel 2005.