Mentre il presidente degli Stati Uniti annuncia nuovi dazi commerciali destinati a colpire sessanta stati, tra cui sei africani, l’azzeramento delle tariffe doganali operato dalla Cina a favore di 53 Paesi africani (con la sola esclusione dell’eSwatini) rappresenta una delle decisioni più significative degli ultimi anni in materia di commercio internazionale.

Più che un’iniziativa di liberalizzazione commerciale, essa appare costituire uno strumento di politica economica e di proiezione geopolitica. Aprendo unilateralmente il proprio mercato a oltre 1,4 miliardi di consumatori, la Cina rafforza il proprio posizionamento in un continente destinato a svolgere un ruolo decisivo nelle catene globali del valore e nell’approvvigionamento delle materie prime critiche.

Le due decisioni, apparentemente opposte, rivelano in realtà una trasformazione più profonda: il commercio internazionale non è più soltanto un meccanismo finalizzato alla riduzione delle barriere agli scambi, ma è diventato uno degli strumenti attraverso cui gli stati perseguono obiettivi di politica industriale, sicurezza economica e influenza geopolitica.

Il superamento del modello occidentale

Per decenni l’accesso preferenziale ai mercati occidentali ha rappresentato uno dei principali strumenti attraverso cui Stati Uniti e Unione europea hanno costruito le proprie relazioni economiche con il continente africano.