L’aliquota più temuta era quella che incombeva sul Lesotho, il minuscolo hub tessile che fornisce jeans e altri tessuti all’industria statunitense. Donald Trump aveva paventato dazi lo scorso aprile dazi fino al 50%, ridimensionandoli al 15% a fine luglio. Il sollievo è durato poco.
Mesi di incertezza hanno già affossato una filiera vitale per un Paese da nemmeno 2,5 milioni di abitanti e la nuova tassa incalza, comunque, la tenuta di un’industria appesa agli oltre 200 milioni di export oltreoceano. «Abbiamo 12mila posti di lavoro in via di esodo» ha spiegato all’agenzia Reuters il ministro del Commercio Mokhethi Shelile. Quelli totali occupati dal settore sono 40mila, soprattutto donne.
Il Lesotho rientra comunque nelle rosa di Paesi africani usciti con tasse meno opprimenti dall’ordine esecutivo del 31 luglio e l’aggiornamento delle tariffe commerciali varata ai tempi del Liberation day di aprile. L’esito di fondo è lo stesso: una stretta che può far oscillare ancora di più il Continente verso partner come la Cina o Ue o imprimere un’accelerazione sul commercio interno, il pilastro dell’integrazione economica istituita con il maxi-accordo di libero scambio dell’African continental trade area.






