Cras, cras, cras. È lo storico romano Svetonio a individuare nel corvo un simbolo di speranza, perché la parola latina per domani è onomatopeica al verso di quest’uccello, che attraversa – con significati tra loro diversi, quando non opposti – la mitologia di tutti i territori toccati dal suo areale: Eurasia, Africa settentrionale, America fino alla Groenlandia.

Il grido lugubre del corvo e il suo piumaggio nero, in Occidente, ne fanno oggi spesso un segno di malaugurio. Tale simbolismo trova echi fino in Cina e Giappone – anche nel celebre poema epico indiano Mahābhārata, che vede tra i suoi eroi Arjuna, i corvi sono messaggeri di morte –, dove tuttavia non è la sua declinazione essenziale: qui è insieme messaggero divino e simbolo di amore familiare, perché in diverse specie di corvi molti giovani rimangono nel gruppo familiare d’origine per qualche anno, aiutando i genitori a costruire il nido, difendere il territorio e nutrire i nuovi fratellini appena nati. Anche nell’America del nord il corvo non è un simbolo mortifero, ma una personificazione del tuono e del vento; tra i Likuba e i Likuala, gruppi etnici bantu del Congo, si crede addirittura che quest’uccello avverta gli umani dei pericoli che li minacciano.