È uno degli uccelli più interessanti tra quelli che frequentano le nostre città, soprattutto nella stagione invernale, quando la spiccata colorazione del pettirosso rifulge tra giardini, orti e siepi. Eppure, dietro l’immagine rassicurante di questo piccolo passeriforme, protagonista di leggende, poesie e tradizioni popolari, c’è una specie che racconta bene la capacità della biodiversità di adattarsi ai cambiamenti ambientali.
In Italia il pettirosso (Erithacus rubecula) gode infatti di uno stato di conservazione favorevole. La popolazione nazionale è stimata tra 1 e 3 milioni di coppie e viene considerata stabile o localmente in espansione, e rappresenta circa il 4-6% della popolazione dell’Unione europea. Per questo le Liste rosse elaborate per l’Italia seguendo i criteri dell’Unione mondiale per la conservazione della natura (Iucn) inquadrano il pettirosso come specie a “rischio minimo”.
A favorirne la presenza, come evidenzia la Lipu, è soprattutto una notevole plasticità ecologica. Il pettirosso frequenta boschi e aree alberate di diversa composizione: predilige le zone umide ma riesce a trovare condizioni adatte anche nei parchi, nei giardini e negli orti urbani o suburbani. Tale versatilità gli permette di beneficiare dell’aumento delle superfici forestali – che in Italia hanno sforato ormai i 100mila kmq superando la superficie agricola utilizzata, per la prima volta dal Medioevo – colonizzando anche boschi giovani, seppure con densità inferiori rispetto alle foreste più mature.







