di
Marta Serafini
Dall’Uganda alla Sierra Leone, giovani raccontano di contratti firmati senza capire, addestramenti forzati e l’illusione di un passaporto russo
DALLA NOSTRA INVIATA LEOPOLI - «La prego, faccia in modo che nessun ragazzo africano finisca più in Russia». Campo dei prigionieri catturati dagli ucraini. La località è segreta, nell’Ovest del Paese. A ritornare qui viene facile capire come dopo quattro anni e mezzo di guerra sia cambiata la composizione dell’esercito di Mosca. Prima i PoW , questa la loro sigla secondo il diritto internazionale, erano per lo più russi, buriati, asiatici. Uomini provenienti dai territori delle repubbliche della Federazione. Ora nel cortile del centro ci sono per lo più uomini di colore che se ne stanno separati dai russi.
Da Kampala passando per San Pietroburgo e la foresta di Kupiansk fino al confine con la Polonia, la storia di Joseph (non pubblichiamo il suo cognome e il suo volto e degli altri prigionieri nel rispetto delle convenzioni di Ginevra) parla di un mondo che ha deciso di tornare indietro all’epoca della schiavitù. «In Africa ero tecnico in una fabbrica. Guadagnavo poco, non abbastanza per mantenere mia moglie e i miei figli. Un giorno su Facebook ho visto un annuncio. Offrivano un lavoro e un visto in Russia», racconta. Joseph sale su un volo per San Pietroburgo con indosso abiti leggeri, non è abituato al gelo. Poi, una volta in città viene avvicinato da un uomo che gli fa firmare un contratto. «Il documento era in russo, non sapevo cosa avessi firmato, pensavo fosse il lavoro che mi era stato offerto». Joseph spiega di essere stato trasportato con la forza in un campo di addestramento a Rostov sul Don. «Non potevo rifiutarmi, avevo firmato il contratto, minacciavano di arrestarmi». Dopo qualche settimana, il fronte. «Non avevo mai ucciso nessuno nella mia vita, non sapevo nemmeno dove fossi, era una foresta», prova a dire. «Mi occupavo di installare le antenne di Starlink». Andando avanti col racconto però cade in contraddizione. «Ci tenevano in un bunker separati dagli altri, comunicavano con noi con un altoparlante. E se ti rifiutavi di andare al fronte ti picchiavano».






