HomeUmbriaCronacaMorto per "causa di lavoro". Azienda agraria universitaria condannata dopo 28 anniLa Corte d’appello di Perugia ha stabilito che il Collegio Pio della Sapienza dovrà versare 309mila euro alla moglie e al figlio dell’operaio.La vicenda inizia nel 1998 quando l’operaio morì per tumore polmonareRicevi le notizie de La Nazione su GoogleSeguiciEra morto per malattia dopo aver lavorato 25 anni per l’Azienda agraria universitaria. Dopo 28 anni dal decesso, i familiari verranno risarciti per il danno morale subito a causa della perdite del marito e padre. La Corte d’appello di Perugia ha stabilito, infatti, che il Collegio Pio della Sapienza, gestore dell’azienda collegata alla facoltà di Agraria e il cui presidente si identifica con il rettore dell’ateneo, dovrà versare circa 309mila euro alla moglie e al figlio come risarcimento del danno subito con la morte del congiunto per "causa di lavoro".

La vicenda inizia nel 1998 quando l’operaio morì per tumore polmonare. A seguito di una sentenza della Cassazione del 2016, la sezione lavoro della Corte di Appello di Perugia aveva accolto il ricorso della vedova, difesa dall’avvocato Siro Centofanti, condannando l’inail al pagamento della rendita per morte determinata da malattia professionale derivante dall’uso di prodotti cancerogeni. La vedova e il figlio, sempre difesi dall’avvocato Siro Centofanti, hanno, quindi, fatto causa al Collegio Pio della Sapienza per ottenere il risarcimento del danno morale subito per la perdita del loro familiare. In primo grado il giudice monocratico aveva ritenuto che non vi fossero i presupposti per il risarcimento del danno. Ma, decidendo sull’appello proposto dal legale dei familiari, la Corte di appello di Perugia, sezione Civile, ha invece riconosciuto ed affermato la responsabilità dell’Azienda Agraria. I giudici di appello hanno rilevato, come sottolinea l’avvocato Centofanti, che anche al tempo in cui lavorava l’operaio era nota, nella letteratura scientifica mondiale che l’Azienda agraria per il suo collegamento con la facoltà di Agraria era tenuta a conoscere, la pericolosità, per il loro carattere cancerogeno, di una serie di prodotti che venivano utilizzati. I giudici hanno rilevato che già all’epoca "esistevano numerose norme di legge al riguardo e che imponevano l’uso di precauzioni, mentre l’Azienda Agraria faceva lavorare gli operai senza uso di idonei dispositivi di protezione individuale, quali mascherine, guanti, stivali e occhiali protettivi, e quindi "con grave negligenza".