L'innovazione tecnologica può essere governata nel rispetto dello Stato di diritto

Sara Gilardi

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“Non c’era modo di sapere se in un dato momento foste osservati oppure no. Si doveva vivere, e si viveva, con la presunzione che ogni movimento venisse scrutinato”. No, non siamo nel 1984. Eppure c’è una parte politica che, per riflesso condizionato, vorrebbe farci credere di vivere esattamente in quella distopia. Tra la riforma della legge elettorale e il sempre rovente cantiere delle intercettazioni, il Governo apre una strada destinata a segnare il dibattito politico interno e i rapporti con l’Unione Europea: l’ipotesi di autorizzare il riconoscimento facciale nei luoghi pubblici da parte delle forze dell’ordine. Un’apertura che da un lato agita fortemente il fronte del Campo Largo e dall’altro indispettisce, ma non troppo, la Commissione Europea.

Uno dei principali nodi del dibattito riguarda proprio la raccolta e l’elaborazione dei dati biometrici negli spazi pubblici. Tratti del viso, scansioni ed elementi identificativi che, nelle intenzioni dell’esecutivo, diventerebbero autorizzati in una serie estesa di circostanze legate all’ordine pubblico e alla prevenzione. Dal fronte di Bruxelles non si registra tuttavia una bocciatura definitiva, quanto piuttosto uno spiraglio lasciato aperto: l’AI Act vieta in linea generale la sorveglianza biometrica in tempo reale, ma prevede deroghe per la prevenzione di reati gravi e minacce imminenti. A sostegno della propria posizione, dalla Commissione Europea si precisa che, non avendo ancora il testo a disposizione e tutti gli elementi del caso, non si può giudicare ed esprimere in anticipo su tale materia. Ed è precisamente in questa piega che l’esecutivo prova a fare breccia, scatenando le immediate proteste delle opposizioni. Al Campo Largo, infatti, non resta che avvinghiarsi ai vecchi miti della letteratura distopica, primo fra tutti l’immancabile fantasma di George Orwell e del suo romanzo più celebre.