Gli spagnoli aggiungono uno spruzzatore d’acqua alla sacca con l’essenziale per portare fuori i figli nel passeggino. I giapponesi usano uno spray che diffonde aria al mentolo a meno 30 gradi, un refolo ghiacciato che abbassa la temperatura dei vestiti e fa scivolare via il sudore. Dalla Svizzera arrivano i consigli di Ute Ziegler, architetta di Lucerna: colori freddi (verde, azzurro), rumore d’acqua e diffusori al profumo di limone, menta e rosmarino attivano i recettori del freddo della pelle, creando una sensazione artificiale di freschezza anche se la temperatura reale non cambia. Gli stratagemmi anticaldo fioriscono in tutti i Paesi dell’emisfero boreale, che in questi mesi affrontano un’ondata di temperature record. Dal Sud arriva un caldo secco che dà tregua solo quando si alzano venti di scirocco: ma se allora la temperatura reale cala, entra in gioco l’umidità che fa alzare quella percepita.Non era a questo che pensavano i “teorici dell’adattamento” quando, solo un paio di anni fa, insistevano per trasformare i fondi “per la decarbonizzazione”, che puntavano a combattere il cambiamento climatico alla radice, in interventi per difendersi dagli eventi estremi sempre più frequenti. Come gli argini di cemento per tenere a bada tutti i fiumi a rischio esondazione. O le centrali nucleari per produrre il surplus di energia necessario all’aria condizionata ovunque, anche all’aperto: cosa che finora succedeva solo in Qatar ma ora si progetta di fare anche in Europa, in “rifugi climatici outdoor” che possono ridurre la temperatura percepita anche di 10 gradi. Ora che l’emergenza caldo si è trasformata in una costante che si ripete ogni anno e dura due o tre mesi, adattarsi è un obbligo: e mentre i negazionisti cominciano a mormorare che decarbonizzare ormai è inutile perché tanto il caldo è già qui, la palla dell’adattamento è passata agli amministratori cittadini. Perché le città sono “isole di calore” che alzano la temperatura di 4 o 5 gradi rispetto alle zone vicine. E perché le soluzioni vanno trovate qui, ora, senza sprecare tempo né denaro. Del resto, come ha sottolineato Katiuscia Eroe di Legambiente presentando il webinar del Kyoto Club sulla “Cooling poverty”, «in Italia quasi due milioni e mezzo di famiglie sono sotto la soglia di povertà e non riescono a pagare il riscaldamento in inverno: non si può certo pensare che possano permettersi l’aria condizionata».Molte città italiane sono pronte ad affrontare il nuovo clima, almeno in teoria: progetti dettagliati sono stati presentati da Parma a Napoli, e istruzioni per affrontare le nuove temperature si susseguono da Milano a Perugia. Roma in particolare ha presentato un “Piano caldo” strutturato in dieci linee d’azione articolate in trenta provvedimenti. Alla base c’è il progetto di monitoraggio Dataclime, sviluppato dal Cmcc (Centro euroMediterraneo sui cambiamenti climatici) che ha misurato l’aumento della temperatura media, il caldo record, le “notti tropicali” (quelle sopra i 20 gradi) che ieri erano un’eccezione ma oggi sono la normalità. Uno studio del Dipartimento di epidemiologia del Servizio sanitario regionale del Lazio, invece, ha identificato la concentrazione nei diversi quartieri della popolazione più fragile, arrivando alla conclusione che le aree a maggior rischio sono nella zona di Roma est, in particolare nei municipi IV, V e VIII. Molti progetti sono in realtà un impegno per il futuro, in particolare attraverso adattamenti urbanistici che possono permettere di far calare quei 4 o 5 gradi in più che danneggiano chi abita in città. Piazze più fresche grazie ad alberi, piante e “depaving” (pavimenti di asfalto, cemento e pietra saranno sostituiti da una griglia di calcestruzzo bianca e permeabile all’umidità), edifici scolastici adatti al caldo grazie al progetto “Scuole verdi” (le alte temperature di asili e nidi sono una delle emergenze esplose quest’estate in tutta Italia), condomini più freschi grazie ai “tetti verdi” coperti d’erba o di vegetazione. Sono già attivi invece la rete di "rifugi climatici” (biblioteche, parchi ma anche chiese in cui trovare il fresco), la app per sapere dove sono i “nasoni” e le “case dell’acqua”, i cinema gratis all’ora di pranzo, gli ingressi liberi in piscina e negli stabilimenti balneari (in attesa di di riuscire a fare del Tevere un fiume balneabile come il Reno a Basilea o la Senna a Parigi).Dalla Gran Bretagna alla Spagna, dalla Francia alla Germania, i principi per affrontare l’emergenza sono gli stessi. Come ha scritto Ajit Niranjan sul Guardian, «ci sono quattro strade essenziali per ridurre l’enorme numero di morti dovuti al caldo. Fermare il riscaldamento del pianeta, rinfrescare l’ambiente in cui viviamo, evitare il caldo, proteggere le persone più fragili. Sono tutte cose possibili per chi vive in una democrazia ricca». Tutto questo però non basta a rendere possibile la vita quotidiana al tempo del kokushobi. neologismo ideato in Giappone per definire le “giornate di caldo crudele”. L’adattamento dovrà intervenire su abitudini di vecchia data: modifiche del calendario scolastico e degli orari di apertura degli uffici sono allo studio ovunque. Lo smart working, scoperto durante l’emergenza covid ma aborrito da tante aziende, rientrerà dalla finestra, visto che il grande banco di prova nei giorni di caldo è il tragitto casa-lavoro tra strade assolate, mezzi pubblici affollati, automobili bollenti (il Touring Club svizzero ha calcolato che basta mezz’ora di parcheggio al sole per portare la temperatura interna a 50 gradi). Fa tenerezza a chi vive sul Mediterraneo vedere i popoli del Nord scoprire i consigli della nonna: alzati presto, mangia leggero, chiudi le persiane e apri le finestre solo di sera, tieni i lavori faticosi per le prime ore del giorno… Un professionista del cambiamento climatico, l’ingegnere Tom Greenhill, ha proposto agli inglesi il manuale d’emergenza “Heatwave Toolkit - Solutions for a UK Heat Emergency” basato su tre principi: «Evita il sole, fai muovere l’aria, rallenta». Per popoli abituati a sdraiarsi sui prati cittadini appena arrivava il sole di giugno, scoprire che il caldo è un nemico da cui è molto difficile difendersi è uno shock. Ma ancora più scioccante sarà la modifica del dress code: Bloomberg ha chiesto un parere ai suoi lettori, e ha scoperto che quasi metà dei giovani finanzieri è pronta ad accogliere davvero le novità della Settimana della moda milanese, dove completi da uomo con pantaloni corti sono stati proposti da Ralph Lauren e Louis Vuitton, Yves Saint Laurent e Dior. E il New York Times ha raccontato con interesse la rivoluzione del look lanciata dal Governatorato di Tokyo, che quest’anno per la prima volta ha ufficialmente ammesso shorts e maglietta come abbigliamento d’ufficio.L’importante è capire che resistere al caldo è un problema collettivo, e non dei singoli. A salvarci non sarà il “frigorifero umano” giapponese, la cabina a 15 gradi che in dieci minuti riporta al benessere chi era sull’orlo di un colpo di calore, ma saranno le idee per rinfrescare piazze, strade, quartieri. Si possono prendere spunti anche dall’estero, dove ogni città ha avuto idee legate alle proprie caratteristiche. Nelle città spagnole sono comparsi grandi tendoni che coprono le strade del centro. Ad Amsterdam, invece di aspettare che crescano gli alberi, il Comune sparge nelle piazze isole d’ombra in cui alberi di plastica ombreggiano panchine di legno. Parigi invece ha scoperto l’acqua fredda: sotto le strade corre una rete di 120 chilometri che porta acqua della Senna a musei, uffici e centri commerciali. La gestisce l’azienda Fraicheur de Paris, ramo della multinazionale energetica Engie che gestisce una ventina di reti di rinfrescamento in altre città francesi. Anche guardando all’estero, è evidente che la battaglia del caldo si vince insieme, e non da soli. Lo dimostra il flop dei ventilatori portatili. Sembravano l’uovo di Colombo: piccoli motori che muovevano l’aria, avvolti al collo come collane o tenuti in mano da chi camminava sotto il sole. La richiesta è tale che la Dyson ha dichiarato di non riuscire a starci dietro: appena sui siti di vendite online arrivano i nuovi prodotti, vengono esauriti in poche ore. Ma intanto si è scoperto un paradosso: fino a 35 gradi il ventilatore rinfresca davvero, ma da quel punto in poi l’aria in arrivo sembra più calda della temperatura del corpo. E se c’è una cosa di cui oggi nell’emisfero boreale nessuno ha bisogno, è di puntarsi in faccia un phon.
Il clima è cambiato e dovremmo farlo anche noi
Piazze ombreggiate da alberi veri o di plastica. Musei rinfrescati da circuiti d’acqua di fiume. E impiegati che vanno in ufficio in pantaloni corti. Da Amsterd









