“Vorrei dimenticare Venezia. Nel senso che sono proiettata a costruire, non a distruggere. Sono sempre stata così, indipendentemente dalla vicenda veneziana”. È da queste parole che Beatrice Venezi sceglie di ripartire per raccontare all’Adnkronos il momento professionale e umano che sta attraversando. La direttrice d’orchestra ha rilasciato la sua prima ampia intervista sulla vicenda legata alla Fondazione Teatro La Fenice in occasione della cena di gala organizzata in suo onore dall’imprenditrice vinicola Maria Caterina Dei, nella sede dell’azienda di famiglia a Montepulciano, nel cuore del territorio del Vino Nobile. Una nomina controversa Venezi ripercorre la controversa stagione iniziata con la designazione a direttore musicale del teatro veneziano, comunicata il 22 settembre 2025 dal sovrintendente Nicola Colabianchi, seguita dalle contestazioni interne, dallo stato di agitazione dell’orchestra e del coro, dai cortei, dagli scioperi e dai volantinaggi, fino alla comunicazione del 26 aprile scorso, con cui la Fondazione ha interrotto ogni collaborazione. Una vicenda che ha chiuso il rapporto professionale con il teatro veneziano, ma che resta aperta sul piano giudiziario. “Ho fiducia nella magistratura. Sono sicura che anche questa vicenda legale potrà contribuire a rendermi giustizia nella verità”, afferma la direttrice. “Credo di aver già pagato abbastanza tutta questa faccenda. Vorrei passare oltre. Questo non significa dimenticare ciò che è accaduto, perché naturalmente ci sono ancora aspetti che dovranno essere affrontati nelle sedi opportune, ma significa non rimanere prigioniera di una vicenda”. Quale insegnamento le ha lasciato questa storia? “Che nulla è come appare, tanto per cominciare. Forse lo sapevo già prima, ma questa vicenda mi ha aperto ulteriormente gli occhi. So che sono stati fatti tanti errori da parte di tutti. Non lo nego. Se tornassi indietro sicuramente affronterei le cose in modo diverso, oppure forse non le affronterei proprio. Mi tirerei indietro quando avvertissi il primo segnale di pericolo”. La direttrice racconta che le indicazioni ricevute dalle istituzioni che l’avevano sostenuta l’avevano portata a scegliere la strada della resistenza: “Quando ti dicono ‘continua, resisti, resisti, resisti’, e te lo dice il sindaco, te lo dice il sovrintendente, te lo dice il ministro della Cultura, te lo dicono tutti i referenti possibili e immaginabili, una persona pensa: ‘va bene, allora andiamo avanti, perché evidentemente qualcosa succederà’. Con il senno di poi si possono leggere le situazioni diversamente. Ma quando vivi una fase del genere, quando hai davanti persone che ti chiedono di non mollare, pensi che quella fiducia abbia un significato concreto”. Le critiche Cosa l’ha ferita maggiormente? “Mi sono sentita ferita da tutto. Dalla ferocia con cui si è cercato non soltanto di contestare una nomina, ma di colpire la persona oltre alla professionista. Sono due cose diverse. Le responsabilità di una nomina ricadono su chi nomina e non su chi viene nominato. Vedere tante cose scritte sul mio conto, vedere affermazioni false, è stato doloroso. Al di là delle offese sui social, che pure ci sono state, quello che mi ha colpito è la ferocia delle persone”. Secondo Venezi, una parte delle critiche sarebbe stata influenzata da elementi esterni alla valutazione artistica: “Credo che ci siano state diverse componenti. Sicuramente una componente ideologica e politica, che considero evidente. E credo anche una questione generazionale e di genere, che non è secondaria: sarei stata, infatti, la prima donna a ricoprire quel ruolo nei duecentotrentaquattro anni di storia del Teatro La Fenice. Quando qualcuno prova ad allargare il pubblico della musica classica, a portare questa grande bellezza fuori da un circuito ristretto, inevitabilmente può creare delle reazioni. Perché significa mettere in discussione equilibri consolidati e aprire nuovi percorsi. La musica deve continuare a vivere. E per vivere deve trovare nuovi linguaggi, nuovi modi di comunicare, nuovi strumenti per arrivare alle persone”. Oggi non rifarebbe alcune scelte: “Se tornassi indietro probabilmente terrei per me alcune convinzioni personali. Resterei più nel mio ambito musicale. Credo che il problema principale sia stato il fatto che mi sia esposta politicamente. Lo riconosco: probabilmente è stato un errore”. Al di là della vicenda personale, Venezi torna alla sua idea di musica e al ruolo di direttori, teatri e istituzioni culturali. “Viviamo in un’epoca dominata dalla vista. La contemporaneità comunica soprattutto attraverso immagini, strumenti digitali, nuovi codici. La musica deve dialogare con questo tempo senza perdere la propria identità”. Così uno dei progetti sui quali sta lavorando riguarda il rapporto tra musica sinfonica e dimensione visiva: “Vorrei riuscire a dare una veste visiva al repertorio sinfonico. Nell’opera questo elemento esiste già: ci sono la regia, i costumi, la scenografia, una storia che accompagna lo spettatore. Nel sinfonico il discorso è diverso: quando si ascolta una sinfonia non c’è necessariamente una storia unica da seguire. La musica è complessa, è plurisignificante. Richiede strumenti di comprensione che spesso una persona che si avvicina per la prima volta non possiede”. Da qui nasce l’idea di sperimentare nuove modalità di racconto: “Creare una lettura, proporre un percorso, costruire una relazione tra immagini, tecnologia e musica potrebbe essere un modo per accompagnare lo spettatore dentro quel mondo”. Venezi guarda anche alle possibilità offerte dall’intelligenza artificiale: “Non significa sostituire l’essere umano o la sensibilità artistica. Significa utilizzare strumenti nuovi per trovare forme nuove di comunicazione”. I giovani e il futuro “Mi sta molto a cuore il rapporto tra generazioni. Oggi spesso assistiamo a uno scontro tra generazioni invece che a un incontro. Ma questo non è un vantaggio per nessuno”, dice Venezi. “I giovani hanno bisogno di opportunità, ma anche chi ha esperienza ha bisogno di poter trasmettere ciò che ha imparato. Se questo passaggio non avviene, perdiamo tutti”. Da qui nasce l’idea di creare percorsi formativi dedicati anche a compositori e autori: “Si sta perdendo anche la scuola dell’opera italiana. Scrivere un’opera non significa soltanto avere talento o inventare idee musicali. È un mestiere, è una bottega. C’è un lavoro di costruzione, di rapporto tra musica e parola, tra compositore e librettista. È qualcosa che si impara attraverso la pratica, attraverso il confronto, attraverso una trasmissione diretta del sapere. Mi piacerebbe creare un luogo dove si possa recuperare il modo italiano di scrivere opera, ma anche di interpretarla: la vocalità, lo stile, la capacità di raccontare attraverso la musica”. E ora è tempo di costruire: “In questo momento mi sto concentrando su altri progetti, principalmente all’estero”, racconta Venezi. “Tornerò in Russia, in un contesto molto particolare come quello di Novosibirsk, che mi viene descritta come una nuova capitale culturale del Paese”. In autunno il suo debutto alla guida della Traviata di Giuseppe Verdi. “Sono molto contenta di questa opportunità. Sto anche studiando il russo con grande impegno perché credo che arrivare in un Paese conoscendone la lingua significhi entrare più profondamente nella cultura e nel rapporto con le persone con cui si lavora”. Oltre all’appuntamento russo, Venezi conferma il legame con la Georgia: “Andrò sia ad agosto sia a settembre, con diversi concerti. Sono realtà artistiche che mi stanno dando molto e che rappresentano una parte importante del mio percorso”. Il nuovo capitolo professionale non passa soltanto dal podio. “Sto scrivendo due libri contemporaneamente, e ho aperto un blog sul mio sito web. È un lavoro molto intenso, ma sento il bisogno di raccontare e approfondire alcune riflessioni maturate in questi anni”. È la prospettiva con cui Beatrice Venezi guarda al dopo Venezia: “Sono sempre stata orientata alla costruzione. La musica è questo: creare qualcosa che rimane, mettere insieme persone, energie e idee. È quello che voglio continuare a fare”.