di
Roberto Pezzali
Ha fatto molto discutere il caso della persona che, all'aeroporto di Atlanta, ha usato il "duress PIN" di GrapheneOS per cancellare le chiavi di cifratura del proprio telefono davanti agli agenti di frontiera. Ora un processo federale dovrà stabilire se i dati cifrati possano essere considerati "proprietà" ai fini delle leggi che puniscono la distruzione di prove.
Quello che è in corso da qualche mese ad Atlanta, e che è finito sotto gli occhi della cronaca americana solo da qualche giorno, è un processo chiave destinato a far giurisprudenza, perché si tratta di decidere se qualcosa di immateriale come i dati cifrati "conta" come proprietà di un individuo quando viene applicata una legge che solitamente regola i beni fisici.
Molti avranno già capito di cosa stiamo parlando: il protagonista si chiama Samuel Tunick, la vittima designata secondo l'accusa è il governo federale statunitense e l'imputato involontario, si può leggere tra le righe dei documenti di incriminazione, è GrapheneOS, la distribuzione Android orientata alla privacy che aveva già fatto discutere in altri Paesi, tra i quali la Spagna, perché tutte le sue policy di sicurezza, e le implementazioni fatte dal team per renderlo la distribuzione più sicura e privacy oriented al mondo, avrebbero più volte facilitato la vita a chi aveva qualcosa da nascondere. Lo scorso anno la polizia spagnola aveva detto chiaramente "Ogni volta che vediamo qualcuno con un Pixel pensiamo che sia uno spacciatore", spiegando che il Pixel con a bordo GrapheneOS era diventato il telefono preferito dagli spacciatori per motivi che non sono molto diversi da quelli per i quali ora gli USA guardano a GrapheneOS, e con Trump al governo la cosa potrebbe prendere una brutta piega.











