di Venanzio Postiglione

La Regione Toscana l'ha prevista nel suo statuto. Il tema è se riguarda solo il singolo o anche la comunità. E se, a sua volta, la società deve occuparsi pure della gioia di ciascuno di noi.

Una grande idea. O una pia illusione. O magari una via di mezzo: un tentativo, anche per pensarci su, che poi non fa male. Insomma: la Regione Toscana ha inserito nel suo statuto “il diritto al perseguimento della felicità”. Che viene intesa “come principio di interesse generale, non individuale”. Parola un po’ impegnativa, la felicità. La più bella e sfuggente che esista. Ognuno ha nella testa e nel cuore la propria, in via del tutto personale: da immaginare, costruire e afferrare, ogni tanto, almeno ogni tanto.Ma qui il tema è un altro. Chiedersi se la felicità riguarda solo il singolo o può riguardare anche la comunità. E se, a sua volta, la società deve occuparsi pure della gioia di ciascuno di noi. In altri termini. Se è un’aspirazione personale e basta così oppure se va considerata un bene pubblico, con un valore politico. A Firenze hanno sposato la seconda tesi, anche perché fu un grande toscano, Filippo Mazzei (con un grande napoletano, Gaetano Filangieri), a parlare di “diritto alla ricerca della felicità” fino a convincere gli americani a inserirlo nella Dichiarazione d’indipendenza del 4 luglio 1776. Sono passati 250 anni esatti e ne parliamo ancora, non è un caso. Negli Stati Uniti pochi brindisi, hanno un problema con un nome e un cognome.