di Venanzio Postiglione

«E lasciatemi divertire!» scriveva il poeta Aldo Palazzeschi. Giusto e legittimo. Ma anche starsene in pace, ogni tanto, non sarebbe male. L’unica via, che sembra scontata e adesso appare rivoluzionaria, è quella di mettere un po’ di regole e di farle poi rispettare. Ci sarebbe anche l’educazione, ma il termine è sparito dai nuovi dizionari

Non facile. Fai anche fatica a camminare. I tavolini, i bicchieri, i clienti in attesa, i marciapiedi che sono diventati troppo piccoli. Si chiama movida e si capisce già tutto, con una marea di persone, turisti e non solo, che si diverte, e una marea di residenti che invece non ne può più. Per la confusione, le urla, a volte peggio. Una novità? Sì, per i numeri e il caos, forse. No, se rileggiamo un po’ di storia. Il mito della dolce vita, l’energia vitale degli anni Sessanta, sono costruiti anche sull’idea di un’esistenza all’aria aperta, tra caffè e paparazzi, specchio di un Paese che sapeva cogliere l’attimo. Il nostro boom è stato economico ma anche sociale, questo si sa. Poi è arrivato il Covid e quei tavolini in piazza sono diventati una necessità: per i locali, per tutti noi, la possibilità di riassaggiare le cose belle e rivedere gli amici senza stare al chiuso. Una prima liberazione. Un’esplosione di vita “open air” che in buona parte era già nel codice genetico nazionale. E ora, di anno in anno, da tempo, ha contagiato l’Italia intera, che è diventata quasi tutta mediterranea: per il clima, le abitudini, la benedetta o maledetta movida. Appunto.