Le guerre di questi anni ci ricordano una semplice verità: l’Italia non ha il petrolio del Golfo persico, il gas di Stati Uniti e Russia, né le terre rare dell’Africa in gran parte controllate dalla Cina. Abbiamo a disposizione un solo grande giacimento dal quale estrarre crescita, innovazione e competitività ed è il capitale umano di sessanta milioni di persone. Eppure, scegliamo di lasciarne sottoterra una fetta enorme: 1,3 milioni di ragazzi tra i quindici e i ventinove anni non studiano e non lavorano, secondi in Europa soltanto alla Romania. Dietro l’acronimo Neet c’è talento che non diventa lavoro, idee che non diventano impresa, percorsi di vita che non hanno le opportunità per esprimere davvero il proprio potenziale. Tutta crescita persa per strada.Lo chiamiamo capitale umano nei convegni e nei comizi, ma nei bilanci non riusciamo a leggerne l’impatto. Eppure i dati sono evidentissimi. Quando la psiche di una persona o di un gruppo sta peggio, sale il consumo di farmaci e crescono gli accessi al pronto soccorso, le giornate di lavoro perse e gli abbandoni scolastici.Costi reali e documentati che però finiscono dispersi in bilanci diversi: la sanità, il lavoro, l’istruzione, la previdenza. Senza che vi siano né il mandato né i meccanismi necessari per sommarli e valutarli nel loro insieme. Così la spesa appare per intero mentre i risparmi e i benefici restano invisibili: sappiamo calcolare con precisione il costo di curare chi sta male, ma non abbiamo strumenti per dire quanto vale l’investimento su chi torna a stare bene. Il solo Bonus Psicologo, misurato dal rapporto PsyCARE, ha restituito 312 milioni contando le sole giornate di malattia evitate, a fronte dei 25 milioni stanziati nel 2022: dodici euro e mezzo di ritorno per ogni euro speso.Nonostante questo, lo Stato continua a considerare il benessere psicologico come una voce di costo e non come un investimento, per ragioni culturali e per un limite strutturale che prescinde dal colore politico ed è legato al modo col quale funziona la nostra finanza pubblica. Le amministrazioni, dai ministeri alle regioni fino agli enti territoriali, operano per compartimenti separati, con il risultato che ogni amministrazione tende a concentrarsi sul proprio perimetro di competenza. I benefici generati da un intervento in un settore spesso emergono altrove e così non vengono riconosciuti e valorizzati.Da qui nasce Pubblica, la forza civica che ha raccolto oltre 70.000 firme sulla proposta di legge di iniziativa popolare 1740 “Diritto a Stare Bene” che ha l’obiettivo di istituire una Rete Psicologica Territoriale all’interno del Servizio Sanitario Nazionale per intervenire direttamente nei luoghi in cui le persone vivono, studiano e lavorano. Un intervento capace di prevenire il disagio prima che diventi emergenza, consentire alle persone di studiare, lavorare, curarsi in contesti funzionali e promuovere la crescita di 60 milioni di persone esattamente dove si sviluppa prima di diventare Pil.La 1740 è molto più di una misura sanitaria. Dal nostro punto di vista è il primo capitolo della politica industriale di un Paese che punta sui propri cittadini per tornare a correre ed è insieme il primo banco di prova di un modo diverso di pensare la spesa pubblica. Se il principale patrimonio dell’Italia sono i suoi cittadini, allora investire nella loro capacità di stare bene significa investire nella crescita del Paese. Dicevamo dei risultati del Bonus Psicologo dal punto di vista del bilancio pubblico. La proposta costruisce una struttura permanente di investimento da 3,3 miliardi l’anno, incluso il riordino della spesa già attualmente sostenuta. Parliamo di meno di un quarto di quanto il disagio non trattato pesa ogni anno sulla sola sanità. Ogni euro investito si trasforma in risorse che non spenderemo in farmaci, ricoveri, malattia o dimissioni, ma i suoi effetti ricadono su almeno altri quattro bilanci. Le evidenze ci sono: manca la capacità di leggerle in modo integrato.Qualcuno lo fa già: dal 2021 lo Stato australiano del Victoria ha introdotto un approccio innovativo alla valutazione delle politiche pubbliche, rovesciando la domanda tradizionale dei ministeri del Tesoro, passando da “quanto costa un intervento?” a “quali costi evita e quali risultati produce?” Così, i ministeri costruiscono insieme i modelli di impatto, mentre i risparmi generati in un settore vengono condivisi con gli altri come nuove risorse. Il Tesoro ha il ruolo dell’arbitro e nessun ministero alla fine perde budget perché il risparmio non sparisce, viene contabilizzato dove si produce valore. L’Ocse considera questa esperienza tra le migliori pratiche di finanza pubblica del Pianeta.L’Italia ha mosso un passo in questa direzione nel 2025 con la legge 167 che ha introdotto la valutazione di impatto generazionale e l’analisi di impatto di genere: per la prima volta ogni norma deve dichiarare cosa lascia in eredità a chi verrà e come pesa su donne e uomini. Una misura che però produce analisi, ma non cambia le decisioni di allocazione delle risorse e soprattutto non misura i risparmi che si potrebbero generare. La 1740 propone di accelerare su questa strada, promuovendo un nuovo modo di intendere la crescita e l’investimento pubblico. E ai partiti che si preparano alle prossime elezioni, Pubblica chiede di assumere un impegno preciso: inserire la 1740 nei programmi di governo.E mentre la politica scrive i suoi programmi, Pubblica chiede alle persone di raccontarsi. Con “Pubblica la tua storia” le persone possono raccontare cosa le ha fatte stare bene o stare male. (Come partecipare su www.dirittoastarebene.it). Quelle storie verranno raccolte e portate prima nelle piazze e poi in Parlamento, accanto alla legge. Perché i bilanci si riscrivono partendo da come si leggono i numeri, ma la crescita deve ripartire da come e quanto investiamo nelle persone, su noi stessi.