In un recente colloquio con Elly Schlein, Mario Draghi ha osservato che gli italiani hanno bisogno di essere «rassicurati». La frase coglie un cambiamento. Per molti decenni la competizione politica si è giocata soprattutto sui temi della crescita economica, della redistribuzione del reddito o dell’identità. Oggi il terreno decisivo sembra essere un altro: la capacità di offrire protezione in un mondo percepito come sempre più incerto e minaccioso.I sondaggi registrano una diffusa inquietudine: il timore che le condizioni di vita possano peggiorare. Il dato più interessante di questa preoccupazione è la sua natura composita. Gli italiani percepiscono una molteplicità di fattori di rischio.
Secondo l’ultima rilevazione Eurobarometro, le principali paure riguardano l’economia — costo della vita, lavoro, reddito, crescita, tasse — seguita dal welfare, soprattutto la sanità, e poi dall’ordine pubblico e dall’immigrazione. Più distanti vengono il cambiamento climatico e le guerre.Fin qui nulla di sorprendente. Il punto decisivo è un altro. Per lungo tempo la politica ha dovuto affrontare una grande questione alla volta: la crisi finanziaria, la recessione, la pandemia, l’approvvigionamento energetico. Oggi non esiste più una minaccia dominante. Esiste invece un ventaglio di insicurezze che si sommano e si intrecciano, anche a seconda del gruppo sociale di appartenenza.I giovani chiedono soprattutto opportunità: casa, lavoro, istruzione, formazione. Gli anziani si preoccupano per le pensioni e la sanità. I ceti economicamente più fragili guardano al reddito e ai servizi pubblici; quelli più benestanti si concentrano sulla pressione fiscale, sulla crescita, sulla sicurezza internazionale e sul cambiamento climatico. La richiesta di protezione si è fatta così più segmentata.







