​MESTRE - «Ero stufo di tutto. Consumavo anche tre grammi a sera e la mattina dopo non potevo andare al lavoro, quindi mi mettevo in malattia, anche un mese filato». Riccardo Salvagno sarebbe vittima di una psicosi paranoidea con comportamenti antisociali, una condizione che lo accompagnava fin dall’età scolastica e che è stata pesantemente aggravata dalla sua cronica intossicazione da stupefacenti. Al punto che il 12 febbraio, un mese dopo il suo arresto, l’esame tossicologico mostrava ancora un valore di 12 mila nanogrammi di cocaina per milligrammo di capello. Andrea Salvagno invece presenterebbe un funzionamento mentale patologico caratterizzato da una compromissione significativa delle funzioni esecutive - era quindi incapace di valutare correttamente l’esito delle sue azioni - a cui si abbinerebbe una personalità dai marcati tratti dipendenti che lo rendevano, nei fatti, completamente assoggettato all’amico. «Pensavo che Salvagno con Tarna volesse parlarci e basta. Io non volevo neanche andare, quella sera, dicevo a Salvagno di portarmi a casa. Lui mi ha dato la pistola in mano e ha detto: “o con le buone o con le cattive Tarna deve salire in macchina”. Non capivo bene la situazione». Insomma, che sia per fragilità psichiche e caratteriali o per l’abuso di stupefacenti, nessuno dei due sarebbe stato perfettamente in grado di intendere e di volere la notte in cui è stato ucciso Sergiu Tarna.