MESTRE Insoddisfatti, irrealizzati, umiliati da sfortune e insuccessi. Andrea Vescovo si racconta caloroso, anche troppo, ma abituato a sopportare, a lasciar correre. Riccardo Salvagno si confessa distaccato, anaffettivo, incapace di dimostrare i suoi sentimenti. Tutti e due, a un certo punto della vita, si sono ritrovati isolati: lontani dagli amici che erano andati avanti, dai coetanei e dalle loro esistenze piene: «Mi sentivo un fallito, non stavo concludendo niente», sospirava il 38enne; «Mi umiliava andare via con i ragazzini», tagliava corto l'ex vigile. Entrambi ammettono di aver trovato nell'altro uno specchio, un complemento a cui aggrapparsi - con l'aiuto della bottiglia e soprattutto della cocaina: «Ci confidavamo: alcol, droga, parlare. Si stava meglio perché si buttava fuori tutto».
Ma i colloqui con gli psichiatri, in carcere, tratteggiano soprattutto le loro differenze: Vescovo, ancora in cura farmacologica, la notte sogna quel «botto» che ha segnato la fine di Sergiu Tarna, il «ghiaccio nelle vene» che ha sentito vedendo il 25enne cadere tra i campi di Malcontenta. Salvagno nel penitenziario di Verona ha guadagnato una serie di tatuaggi - stelle e teschi, copiati dai compagni di cella - dice di morire di noia, si preoccupa di quello che si dice di lui, che emergano i dettagli del suo rapporto passivo con la prostituta transessuale Lady Bruneth: «Il massimo della vergogna, avrei preferito mi tagliassero un braccio».SOGNI DA GANGSTER Nelle perizie ordinate dal giudice i due amici accusati dell'omicidio di San Silvestro ripercorrono le ore del delitto, ma sono i retroscena a emergere prepotenti, e in particolare le ambizioni e le paure dell'ex agente della Locale: «Girava sempre con due pistole addosso - conferma Vescovo - Aveva un po' l'aria di voler diventare come Scarface: era attirato dall'idea di essere protagonista di un ambiente brutto, criminale, voleva conoscere qualcuno di importante in quell'ambito, costruirsi un'immagine nuova perché non gli andava bene il suo stile di vita». Salvagno sostiene di non essersi sentito in colpa per il suo abuso di cocaina, pur vestendo una divisa: «Ero stufo di tutto. Consumavo anche tre grammi a sera e la mattina dopo non potevo andare al lavoro, quindi mi mettevo in malattia, anche un mese filato». Eppure, verso la fine, qualche crisi c'è stata: il 20 dicembre, dieci giorni prima dell'assassinio, si era presentato al pronto soccorso denunciando ansia e pensieri autolesionisti, accesi da un conflitto morale; di fatto, però ammetteva di usare la droga «per non pensare», a preoccuparlo era un episodio passato per cui sarebbe stato «diffamato con gli amici».RICATTI E PARANOIE Nel ricostruire la vita recente del 40enne ci sono un luogo e una persona che tornano costantemente: il bar "Dalla Moretta" di via Palazzo, a Mestre, e la titolare, Cristina («Credo che Riccardo ne fosse innamorato», suggerisce Vescovo). Salvagno però racconta una storia diversa: «Io ho cominciato ad andare al Cocò, un lapdance di Tessera, e Cristina aveva delle spie all'interno: spogliarelliste che dicevano tutto quello che facevo nei privé». Quello che succedeva nelle salette lo imbarazzava: «Pratiche un po' diverse, sadomasochiste», in cui lui ricopriva «la parte "maso"». Però Salvagno continuava a frequentare il bar di via Palazzo, anche se i malavitosi con cui cercava di accompagnarsi lo ritenevano «un infiltrato». E qui entra in gioco Tarna: «Sergiu mi ha raccontato che Cristina andava a dire in giro che avevo i microfoni sotto la camicia». Lei avrebbe chiesto all'agente di informarla sui controlli previsti, ma quando lui l'ha messa in guardia dall'accompagnarsi a un tunisino che rischiava l'arresto qualcosa si è incrinato. Nel frattempo, Salvagno veniva tirato in mezzo allo spaccio: «Sergiu voleva usarmi come corriere, che lo portassi in giro. Una volta la polizia ci aveva fermati, lui aveva addosso un etto di cocaina ma io ho mostrato il tesserino e siamo andati via». Ecco a cosa sarebbe servito il video con Lady Bruneth: «Una spacciatrice tunisina mi aveva detto: "se lo vedi ti ammazzi", Tarna mi aveva spiegato che era "solo la prima mossa, ne stanno preparando una seconda anche peggiore, dopo non avrai più scampo, dovrai fare quello che voglio io"». Da lì, la spirale di paranoia: «Avevo l'impressione che tutti sapessero. Al Burger King ho visto un albanese che mi riprendeva e rideva, gli ho preso il cellulare». Persino la Digos, a suo parere, gli sarebbe stata addosso. «Mi dicevano che era stato pubblicato in 27 Paesi, che lo avevano visto tutti. Neppure le ballerine mi si avvicinavano più».






