Può essere un attacco isolato, una provocazione. O il battesimo di un nuovo fronte della Guerra del Golfo, il fronte mediterraneo, a due passi dall'Italia. Il drone che ha danneggiato due navi, tra cui un'unità di stoccaggio e rigassificazione di proprietà americana, nel porto egiziano di Damietta, non è stato ancora rivendicato. Gli Houthi smentiscono di averlo lanciato, ma i sospetti ricadono sugli iraniani o sulle milizie legate ai Guardiani della Rivoluzione. Per il Wall Street Journal, alcuni funzionari egiziani, citati anonimamente, accusano i pasdaran. Ma finora Il Cairo non ha espresso una posizione ufficiale, se non la rassicurazione sull'operatività dello scalo. La cautela è giustificata. In questi mesi l'Egitto ha tenuto una postura neutrale sul conflitto in Medio Oriente, proponendosi come mediatore tra Teheran e gli Stati Uniti. Un attacco diretto da parte di un altro Stato imporrebbe una reazione e quindi l'escalation, che Al Sisi vorrebbe evitare. La situazione sarebbe più semplice di gestire se fossero coinvolti i proxy iraniani.
Ma, al di là della mano che ha comandato il drone sull'obiettivo, se venisse dimostrata la regia degli ayatollah ci troveremmo di fronte ad un allargamento del conflitto con incorporato un messaggio forte e chiaro: dopo aver bloccato la navigazione nello Stretto di Hormuz, con conseguenze pesantissime sui commerci internazionali; dopo aver esercitato, attraverso gli Houthi, una crescente pressione militare sullo Stretto di Bab el-Mandeb, che collega il Mar Rosso con il Golfo di Aden e l'Oceano Indiano, Teheran dimostrerebbe di essere in grado di sabotare il sistema Suez. Che, per inciso, è diventato lo sbocco più affidabile delle petroliere che trasportano greggio saudita, nonostante l'incremento dei costi. E forse non è un caso che l'attacco sia avvenuto all'indomani dei raid congiunti dell'Arabia Saudita e degli Stati Uniti contro le milizie irachene legate ai pasdaran.Per l'Iran la strategia dell'allargamento non è ovviamente indolore. Comporta un crescente isolamento rispetto agli altri Paesi arabi, la cui partecipazione al conflitto è ormai un dato acquisito, al di là della pubblicità data alle operazioni belliche. E, come sottolineano diversi osservatori, a trarre vantaggio da un irrigidimento egiziano sarebbe soprattutto Israele. Ma è anche la prova inconfutabile che il cuore della Guerra del Golfo non è più il nucleare iraniano ma il ricatto energetico. Un ricatto che Donald Trump ha clamorosamente sottovalutato. Quest'anno i porti egiziani hanno assorbito una quota significativa del traffico commerciale deviato dal Golfo. Ora sappiamo che scali, navi e infrastrutture sono vulnerabili anche nel Mediterraneo. Energos Winter, la metaniera colpita, importa gas per il fabbisogno interno dell'Egitto. Ma dai terminali di Damietta e Idku viene esportato GNL in Europa. Per l'Italia si tratta di volumi marginali (nel 2025 circa 0,1 miliardi di metri cubi), eppure sarebbe un errore sottovalutare la porta egiziana. Il progetto Cronos, sviluppato da Eni e TotalEnergies nelle acque cipriote, dal 2028 dovrebbe produrre fino a 500 milioni di piedi cubi al giorno: il gas sarà trattato attraverso le infrastrutture egiziane di Zohr, liquefatto a Damietta e piazzato principalmente sul mercato europeo. A meno che i droni iraniani, o di chiunque altro, non trasformino anche quella rotta nella pedina di una crisi sempre più interconnessa, come avrebbe dovuto essere l'economia quando ci illudevamo che nessun conflitto avrebbe minacciato la prosperità di tutti. E invece la globalizzazione ha preso una piega sinistra.










