Il divieto di aggredire militarmente il territorio di un altro Stato è la norma su cui poggia l’ordine internazionale costruito dopo il 1945. La sciagurata invasione russa dell’Ucraina ha mostrato il limite delle corti penali che dispongono di strumenti per perseguire le atrocità commesse sul campo di battaglia, ma non chi ha deciso di scatenare la guerra. In questo caso Vladimir Putin. Il tribunale speciale promosso da Kyjiv e dal Consiglio d’Europa il 15 maggio era nato per colmare questo vuoto giuridico, ma ora deve dimostrare di poter diventare qualcosa di più di un accordo fra governi.

Sono passati due mesi e mezzo da quando a Chișinău, 36 Paesi e l’Unione Europea hanno adottato l’intesa che dovrà finanziare e amministrare la nuova corte. I Paesi Bassi si sono offerti di ospitarne anche la fase operativa all’Aia, dove ha sede anche la corte penale internazionale. Mancano però alcuni passaggi essenziali. L’accordo non è ancora pienamente in vigore perché gli Stati aderenti devono formalizzare l’impegno secondo le rispettive procedure nazionali. Solo allora sarà chiaro su quanti partecipanti e su quali contributi potrà contare il tribunale. Per ora, l’Unione Europea ha stanziato 10 milioni di euro per due anni di lavoro del gruppo incaricato di trasformare l’accordo politico in una corte funzionante. Il Consiglio d’Europa punta a definire entro l’inizio del 2027 il costo e la struttura della corte. Su quella base gli Stati dovranno confermare i finanziamenti, permettendo la nomina del procuratore e la scelta dei giudici.