L'Ira di Donald Trump si è abbattuta sull'Iran. Una "risposta energica", secondo la definizione dei vertici militari Usa, con "un'ondata massiccia" di attacchi nella notte contro decine di obiettivi tra cui centri di comando militare, strutture per missili e droni, postazioni di sorveglianza e difesa costiera e capacità navali, ha riferito il Comando centrale militare (Centcom) degli Stati Uniti al termine delle operazioni. Una prova generale di escalation aerea ben più ampia e vasta su cui il tycoon sta facendo ancora le sue valutazioni. Col generale Brad Cooper che avrebbe presentato al presidente americano un piano per 10-14 giorni di attacchi ancora più intensi contro l'Iran per ridurre le sue capacità missilistiche, andando ben al di là dei raid di rappresaglia che finora hanno avuto uno scarso effetto per sbloccare la paralisi dello Stretto di Hormuz.
I lanci "a sorpresa" di martedì di missili iraniani contro le truppe americane in Giordania, hanno dato una robusta scossa alla fragile tregua e, soprattutto, alle speranze di una svolta diplomatica imminente, malgrado i continui sforzi dei mediatori. "Li colpiremo duramente, perché ora tocca a noi", aveva anticipato minaccioso Trump, parlando dallo Studio Ovale. "Risponderò sempre colpo su colpo? Praticamente sì", aveva aggiunto. Ora però si è aggiunto il rischio di un ampliamento della crisi, estesa all'Egitto e allo strategico Canale di Suez, quando la parte meridionale del Mar Rosso è già nel mirino degli Houthi, gli alleati yemeniti di Teheran.








