L’esperienza religiosa può essere il punto di partenza per elaborare un linguaggio alternativo per pensare e parlare di Intelligenza Artificiale. Un linguaggio capace di immaginare un’idea di società dove l’uomo non sia al servizio della tecnologia ma possa ritrovare il senso stesso del proprio essere e invertire, per quanto possibile, il processo di frammentazione che lo rende alieno a sé stesso

Stefano Bettera

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La “rivoluzione antropologica” che ci impone l’Intelligenza Artificiale ci richiede di pensare, immaginare e mettere in pratica un nuovo paradigma. Una via possibile per uscire dallo sterile dibattito normativo, emotivo e moralistico vede le religioni porsi come protagoniste del dibattito. Un quadro di regole chiare è fondamentale per orientare l’uso e i confini di questa e altre tecnologie. Ma le norme da sole non bastano, e non è un caso che l’enciclica Magnifica Humanitas punti a ricordarci che il tema non è solo tecnologico e neppure meramente economico. L’urgenza è pensare a un’inedita dimensione relazionale che non rifiuti l’innovazione, che non sia schiacciata sull’emergenza e sul far fronte alla rapidità dello sviluppo, ma punti a salvaguardare la nostra umanità come obiettivo primario.