A prima vista, le conoscenze tradizionali (o traditional knowledge – TK) e l’AI appaiono concetti letteralmente agli antipodi. Le TK sono tradizioni sedimentate nei secoli, trasmesse oralmente, e custodite da comunità che ne fanno un elemento di permanenza identitaria.L’intelligenza artificiale invece è la punta estrema dell’innovazione, capace di ingerire, processare e rielaborare dati e contenuti con una velocità ed una scala senza precedenti. Eppure, anche questi due mondi si stanno incontrando, e fra l’altro anche in modo virtuoso: l’AI può servire la conservazione delle conoscenze tradizionali, e le conoscenze tradizionali possono arricchire l’etica dell’AI. Tuttavia, a questo incontro sottostà un nodo irrisolto: come può l’AI attingere al patrimonio tradizionale senza depredarlo, in un sistema in cui l’unico strumento di riserva dei diritti oggi disponibile, l’opt-out dal text and data mining, presuppone proprio ciò che alle conoscenze tradizionali spesso manca, ossia una privativa d’autore? E in cui la trasparenza sull’input, che consentirebbe alle comunità quantomeno di sapere se i propri materiali siano stati utilizzati, resta affidata a obblighi di disclosure per categorie aggregate, che – almeno allo stato – non sembrano del tutto adeguati allo scopo?La comprensione del problema presuppone il chiarimento di alcuni concetti preliminari. In primo luogo, le TK non sono generalmente opere dell’ingegno tutelate dal diritto d’autore. Secondo la nozione elaborata in sede OMPI, esse comprendono le conoscenze, il know-how, le competenze e le pratiche sviluppate e trasmesse di generazione in generazione all’interno di una comunità, di cui costituiscono spesso parte dell’identità culturale o spirituale: dai saperi medicinali ed ecologici alle tecniche agricole e artigianali, fino alle espressioni culturali tradizionali in senso stretto (musiche, danze, narrazioni, disegni e simboli, riti).Si tratta di asset che presentano vicinanze con quelli della proprietà intellettuale – in particolare, per i beni di natura espressiva, con il diritto d’autore – ma che sono caratterizzati al contempo da importanti differenze. Anzitutto, hanno origine risalente: quand’anche si volesse individuare a ritroso un atto creativo databile, i termini di durata della protezione patrimoniale sarebbero da tempo decorsi, sicché il contenuto tradizionale si trova, per il diritto d’autore, in pubblico dominio. Inoltre, la creazione è collettiva e intergenerazionale: la titolarità non è riferibile a una persona fisica determinata, né sul piano patrimoniale né su quello morale, ma semmai a una comunità, il che pone delicati problemi di esercizio del diritto – chi ha la legittimazione ad autorizzare, a riservare, ad agire in giudizio? attraverso quali organi la collettività forma e manifesta la propria volontà? – che gli ordinamenti di matrice individualistica non sono attrezzati a risolvere.Sussistono infine problematiche di identificazione dell’asset e di sua preservazione, in un contesto in cui le fonti sono eterogenee, frammentarie e orali. Insomma, si tratta di asset il cui inquadramento e la cui tutela non sono chiari, e che infatti hanno una regolamentazione solo sporadica a livello nazionale – tra le eccezioni, Panama, con la legge n. 20 del 26 giugno 2000 che ha istituito un regime speciale di proprietà intellettuale sui diritti collettivi dei popoli indigeni, basato su un registro tenuto dall’ufficio di proprietà industriale, e il Messico, la cui legge federale del 17 gennaio 2022 sul patrimonio culturale dei popoli indigeni e afromessicani riconosce alle comunità una proprietà collettiva inalienabile e imprescrittibile, subordinando gli usi dei terzi al consenso libero, previo e informato – e pressoché nessuna a livello internazionale: il Trattato OMPI su proprietà intellettuale, risorse genetiche e conoscenze tradizionali associate, adottato il 24 maggio 2024 dopo un quarto di secolo di negoziati, è il primo a occuparsi della materia, ma ha un contenuto limitato, riducendosi a un obbligo di divulgazione dell’origine in sede di domanda di brevetto.Di conseguenza si pone il problema di quale trattamento abbiano le TK nel contesto dell’AI: esiste per esse un opt-out? E in mancanza di opt-out, i materiali tradizionali possono essere utilizzati senza limiti per l’addestramento, o residuano altre forme di protezione? La questione non è teorica, perché l’interazione tra AI e TK è già in atto, e risponde a una serie di esigenze concrete.Indice degli argomenti
AI e culture indigene: opportunità o nuova appropriazione? - Agenda Digitale
L’intelligenza artificiale può contribuire a preservare lingue e saperi tradizionali, ma il loro utilizzo nei modelli solleva questioni di trasparenza e tutela. Le norme attuali non garantiscono alle comunità strumenti efficaci per controllare l’addestramento né per ottenere riconoscimento
TK indigene prive di tutela legale dai training AI: WIPO 2024 richiede solo disclosure d'origine, non opt-out come copyright. Usare TK senza consenso crea rischi legali; integrarle migliora ethical AI, fairness e rappresentatività globale dei modelli.






