La guerra cambia per il riposizionamento strategico saudita, in qualche modo incoraggiato dal fatto che non c’era più la possibilità di pensare a una coesistenza con l’Iran nel breve periodo. La Turchia? Un attore che insieme all’Arabia, all’Italia, al Pakistan, al Qatar e al’Egitto funge da terzo polo. Questi Paesi avranno sempre più interesse a lavorare insieme. Conversazione con la Responsabile del programma “Mediterraneo, Medioriente e Africa” dell’Istituto Affari Internazionali, Maria Luisa Fantappiè

“Non credo alla persuasione di Trump verso i sauditi, piuttosto c’è stata una molla che ha fatto scattare il riposizionamento saudita, quella di aver visto un nuovo regime iraniano che rimane sempre ancorato all’idea per cui gli attacchi verso i Paesi del Golfo e verso l’economia globale rimangono parte della sua strategia di sopravvivenza”. Questa l’analisi che affida a Formiche.net Maria Luisa Fantappiè, responsabile del programma “Mediterraneo, Medioriente e Africa” dello IAI (Istituto Affari Internazionali).

Cosa cambia dopo l’ingresso dell’Arabia Saudita nel conflitto al fianco di Usa e Israele?

Quello che è cambiato rispetto al momento del cessate il fuoco e anche del memorandum di intesa tra Stati Uniti e Iran, è che in queste ultime settimane c’è stata una variabile molto importante che ha influnzato il corso della guerra. Ovvero mentre l’Arabia Saudita aveva puntato moltissimo sul fatto che poteva continuare a esportare le sue risorse petrolifere attraverso la pipeline East West che arrivano fino al Mar Rosso, con l’entrata degli yemeniti nel conflitto viene messa in discussione la stabilità stessa del Mar Rosso, che era la seconda sponda per i sauditi al fine di diversificare la loro dipendenza da Hormuz. Chiaramente questo ha toccato il nervo sensibile dell’Arabia Saudita e li ha portati ad avere una posizione diversa rispetto a quella iniziale, perché, ricordiamolo inizialmente l’Arabia Saudita si era tenuta abbastanza cauta.