Mentre a Bruxelles e nelle cancellerie europee si torna a fantasticare su un’Unione delle telecomunicazioni, capace di centralizzare la gestione dello spettro radiomobile (quello che serve a far funzionare i nostri smartphone, per intenderci) e incassare i proventi delle future aste 5G e 6G, l’Italia sceglie la via della difesa degli asset nazionali.

L’Autorità Agcom ha deliberato l’avvio della consultazione pubblica per il rinnovo fino al 31 dicembre 2037 dei diritti d’uso delle frequenze radiomobili in scadenza nel 2029. L’“opzione rinnovo” a titolo non oneroso (quindi senza sborsare soldi) è stata proposta come un atto di responsabilità contabile e industriale per evitare vuoti normativi, garantire stabilità finanziaria a un settore, quello delle telecomunicazioni, in perenne sofferenza di margini e, soprattutto, spingere l’acceleratore sulle “vere” reti 5G (ossia realizzate ex novo e non appoggiate a quelle 4G), a fronte di stringenti obblighi di copertura che saranno imposti agli operatori.

È bene ricordare che la gara 5G del 2018 – voluta a suo tempo dal ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda – è costata alle telco oltre 6,5 miliardi di euro. Un salasso da record che ha certamente rimpinguato le casse dello Stato, con un incremento di più del 160 per cento rispetto alle aspettative, ma che ha finito per prosciugare le risorse delle compagnie telefoniche zavorrandone la capacità di investimento.