L’imponente ripresa delle ostilità contro l’Iran coinvolge i gruppi filo-iraniani in Iraq e Yemen e sembra aver infranto le speranze di una rapida ripresa dei negoziati tra le parti. Ma quella di Trump è diventata anche una sfida contro il tempo dell’agibilità politica interna. L’analisi di Gianfranco D’Anna
Sempre più isolata dai Paesi del Golfo, Teheran affronta le gravi conseguenze della scelta suicida dei pasdaran di continuare la guerra attaccando le forze americane.
Il Comando centrale delle forze armate statunitensi in Medio Oriente (Centcom) ha annunciato all’alba di aver completato una massiccia ondata di bombardamenti notturni contro obiettivi militari in Iran, in risposta all’attacco missilistico a sorpresa contro le forze Usa di stanza in Giordania. Colpiti decine di obiettivi dei Guardiani della rivoluzione, tra cui centri di comando, installazioni missilistiche e per droni, siti di sorveglianza e difesa costiera e capacità navali. Il Centcom ha inoltre precisato che oltre 50.000 militari statunitensi dispiegati nella regione restano in stato di massima allerta e pronti a intervenire.
Un bollettino di guerra destinato ad essere quotidianamente aggiornato per una o due settimane, perché a Washington il presidente Donald Trump sta valutando il dettagliato piano per lanciare una massiccia offensiva contro l’Iran predisposto dall’ammiraglio Brad Cooper, comandante del Centcom.












