Per il secondo giorno consecutivo Stati Uniti e Iran si sono lanciati reciprocamente attacchi militari, allontanando la prospettiva di una tregua stabile in Medio Oriente. Nella notte tra mercoledì e giovedì l’aviazione americana ha colpito nuovi obiettivi sul territorio iraniano, mentre Teheran ha rivendicato una serie di attacchi contro basi statunitensi nel Golfo.

A differenza dei bombardamenti di ventiquattro ore prima, ordinati da Donald Trump come risposta all’abbattimento di un elicottero Apache americano nello Stretto di Hormuz, i nuovi raid sembrano avere un obiettivo più ampio. Come scrive il New York Times, l’amministrazione statunitense non presenta più le operazioni «soltanto come una rappresaglia, ma come uno strumento di pressione» per costringere l’Iran ad accettare un accordo alle condizioni di Washington. «Se dobbiamo negoziare con le bombe, negozieremo con le bombe», ha dichiarato il segretario alla Difesa Pete Hegseth.

Secondo il Comando Centrale statunitense (Centcom), gli attacchi sono iniziati poco dopo la mezzanotte locale iraniana e hanno preso di mira sistemi di comunicazione, radar di sorveglianza e postazioni di difesa aerea. Esplosioni sono state segnalate nelle isole di Qeshm e Hengam, nello Stretto di Hormuz, oltre che nei pressi di Bandar Abbas, Minab e Sirik, lungo la costa meridionale dell’Iran. Nelle prime ore del mattino sono arrivate notizie di detonazioni anche nella zona di Karaj, a sud-ovest di Teheran, dove si trovano basi militari e impianti legati al programma missilistico iraniano.