Sullo stesso argomento:
a
Basta una conferenza stampa per capire quanto sia cambiata la strategia comunicativa dei centri sociali. Come ha ricostruito il "Corriere della Sera", dopo la guerriglia di Chiomonte a presentarsi ai giornalisti non è stato un manipolo di violenti in passamontagna, ma una portavoce laureata all'estero, garbata, capace di parlare persino con le testate non allineate. Un'operazione d'immagine studiata a tavolino, che però non cambia la sostanza: dietro i comunicati curati e il linguaggio istituzionale c'è un movimento che gli inquirenti considerano responsabile della regia degli scontri con le forze dell'ordine. Non è la prima volta che l'estrema sinistra antagonista scopre il valore della comunicazione professionale: già negli anni delle occupazioni universitarie si era vista la stessa attenzione a costruirsi un volto presentabile per i media, salvo poi tornare, la sera dopo, agli slogan di sempre. Il dato che dovrebbe far riflettere chi minimizza il fenomeno è proprio questo: molti dei riferimenti storici di Askatasuna hanno già collezionato condanne o sono sotto processo, eppure il movimento non solo non arretra ma riesce a intercettare un numero crescente di giovani. Il recente Festival dell'Alta Felicità, con circa quarantamila presenze a Venaus, ne è la dimostrazione plastica: una generazione che si avvicina non tanto alla battaglia No Tav in sé, quanto alla retorica dello scontro con "uno Stato che reprime e uccide". Uno slogan che meriterebbe più di un distinguo da parte di chi dovrebbe vigilare sulla tenuta democratica dei territori, e che invece continua a circolare indisturbato tra le nuove generazioni, complice anche una certa distrazione delle istituzioni locali.










