di
Paola Di Caro
Il piano da 8-9 miliardi. Giorgetti il 5 agosto alle Camere per spiegare le modalità di accesso al prestito per progetti di cooperazione Ue sulla difesa
C’è voglia di fare chiarezza a Palazzo Chigi. Di spegnere malumori, di spiegare come sia giusta, saggia e quasi obbligata la strada che sta imboccando il governo sul ricorso al Safe — i prestiti europei per le spese di difesa e sicurezza a tassi agevolati — e l’adesione al Nec, l’accordo che permette di sforare di 1,5% il rapporto deficit Pil in tre anni, pure per investimenti di sicurezza e difesa ma anche — come da richiesta italiana — per l’energia.Ai piani alti di Palazzo Chigi assicurano che sia la premier Giorgia Meloni sia il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, in piena sintonia, lo hanno spiegato ai leader e non ci sono contrarietà. Arrivando alla conclusione che non c’è da fare né «passi avanti» né «retromarce», per dirla con il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari, ma solo imboccare la strada più logica. Capitolo Safe. Ha fatto scalpore l’uscita due giorni fa di Antonio Tajani sull’intenzione dell’Italia di ricorrere ai fondi Safe per 14,9 miliardi di euro: «È una corsa al riarmo!», ha contestato l’opposizione, e anche la Lega ha protestato: «Lo deciderà il Parlamento se li chiederemo o no». Ma appunto da Chigi precisano. Giorgetti il 5 agosto si presenterà alle Camere per illustrare le intenzioni del governo: spiegherà le modalità di accesso a Safe e chiederà un mandato per avviare la richiesta di adesione al Nec. Per il Safe l’Italia aveva già annunciato che sarebbe stata interessata a una cifra massima di 14,9 miliardi per spese che saranno connesse a progetti di cooperazione europei nel campo della difesa e della sicurezza. Quella che ora si ha intenzione di chiedere oscilla tra gli 8 e i 9 miliardi.














