Il boom dell’intelligenza artificiale lascerà in eredità una tecnologia onnipresente e rendimenti deludenti per molti di coloro che ne hanno finanziato l’espansione. È la dura legge del capitalismo, già vista con i personal computer e le reti in fibra ottica. La promessa di profitti enormi attira troppi investimenti, la concorrenza accelera i progressi e fa scendere i prezzi. Gli utenti ottengono prodotti migliori e l’economia conserva le infrastrutture costruite durante il percorso. Alla fine, quando bisogna farei i conti su chi ha vinto e chi ha perso, l’offerta supera spesso la domanda e tanti investitori guadagnano meno di quanto lasciasse sperare il successo della tecnologia.

Al momento siamo ancora nella fase della corsa all’oro: secondo Goldman Sachs nel 2026 gli investimenti riconducibili all’intelligenza artificiale arriveranno a 800 miliardi di dollari, per Morgan Stanley nel 2027 supereranno i 1.100 miliardi. A questa scala, anche una forte crescita dei ricavi potrebbe non bastare a ripagare investimenti così ingenti. I data center avranno bisogno di clienti per anni, mentre chip sempre più potenti ed economici ridurranno rapidamente il valore di quelli già installati.

Finora i guadagni più sicuri sono andati ai produttori di chip per l’intelligenza artificiale, che incassano al momento della consegna. Una GPU, il processore usato per addestrare e far funzionare i modelli di intelligenza artificiale, diventa subito un ricavo per Nvidia. Per Microsoft o Amazon, che la installano nei propri data center, è invece un investimento da recuperare nel tempo. Il guadagno dipenderà dalla quantità di servizi venduti prima che il chip diventi obsoleto.