Roma – L’inchiesta sulla strage di via Fani, il 16 marzo 1978, non andrà in archivio. La Procura di Roma dovrà indagare ancora. Sotto la lente finisce un caricatore abbandonato accanto alle auto crivellate di colpi, lì dove morirono cinque fra carabinieri e poliziotti e Aldo Moro fu rapito. Su quel reperto, su quei colpi ancora conservati intatti nessuno ha mai svolto rilievi. Si indagherà anche sulla fantomatica figura del quinto uomo, vestito di pelle e con un passamontagna con una vistosa striscia rossa, notato da diversi testimoni su una moto. A ordinarlo è il gip della capitale, che ha accolto l’opposizione all’archiviazione dei legali dei figli di Domenico Ricci, l’appuntato dell’Arma che guidava la Fiat 130 del presidente della Dc e che in quell’auto ha trovato la morte. A commentare la novità è proprio Giovanni, sociologo e criminologo, che perse il padre quando non aveva ancora dodici anni.

Soddisfatto?

“È un dato positivo. Due anni fa il cambio del magistrato aveva portato a una inaspettata richiesta d’archiviazione dopo un lungo e importante lavoro. I nostri legali, Nicola Brigida e Guido Salvini, hanno fatto opposizione. E il gip ha accolto la richiesta. Voglio chiarirlo subito: non cerchiamo svolte improbabili, non diamo la caccia a suggestioni, ma a fatti concreti. L’avvocato Davide Steccanella, che difende il brigatista Lauro Azzolini in un altro procedimento, dice che non ha senso vedere in cella gente di ottant’anni. Vale anche per me. Ci interessa la verità, non la vendetta. E quel caricatore trovato fra via Fani e via Stresa nessuno ha mai pensato di analizzarlo. Si è dato per buono che fosse di Valerio Morucci, perché ha raccontato di aver agito in quel punto. Ma nessuno ha mai voluto verificarlo, cercando impronte papillari e magari tracce genetiche. Analisi sono state fatte sugli oggetti trovati nel covo di via Gradoli, ma non sui reperti di via Fani”.