A quasi cinquant’anni dalla strage di via Fani, il caso Moro resta una ferita aperta e un nervo scoperto della storia repubblicana. A riaccendere i riflettori su quel 16 marzo 1978 è Luca Moro, nipote dello statista, con dichiarazioni destinate a mettere in discussione la verità giudiziaria consolidata.
Secondo lui, infatti, il ruolo delle Brigate Rosse nel rapimento del nonno sarebbe stato del tutto “minimale e marginale”.
In una presa di posizione netta, Luca Moro ridimensiona drasticamente l’esclusiva paternità brigatista dell’operazione, sostenendo che dare pieno credito alla ricostruzione offerta dagli ex terroristi costituirebbe “l’errore più grande”. La rapidità e la precisione con cui, in pochi secondi, venne annientata la scorta — composta da Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi — non sarebbero compatibili, a suo dire, con un’organizzazione clandestina politicamente motivata ma priva di specifiche competenze tattiche.
Per il nipote dello statista, l’azione ebbe un profilo spiccatamente militare, condotta da “gente addestrata che di mestiere fa la guerra”: professionisti a tutti gli effetti.
Le sue affermazioni non si esauriscono nello sfogo di un familiare segnato da un sequestro durato 55 giorni, ma trovano riscontro in recenti rilievi istituzionali. La seconda Commissione parlamentare d’inchiesta, presieduta da Giuseppe Fioroni, ha infatti evidenziato gravi incongruenze e vaste zone d’ombra che rendono insufficiente la versione ufficiale fondata sulle memorie dei brigatisti.









