L'indiscrezione su Repubblica. La legale della famiglia della ragazza trucidata nel 1990: «Siamo in un momento tanto delicato quanto proficuo delle indagini»

A trentasei anni dall’omicidio di Simonetta Cesaroni — trucidata con 29 coltellate il 7 agosto 1990 negli uffici nel quartiere Della Vittoria — l’inchiesta della Procura di Roma segna una svolta silenziosa quanto radicale. Secondo quanto rivelato da Repubblica, gli inquirenti hanno recuperato in modo riservato il DNA di sette persone mai entrate formalmente nell’indagine, prelevando i campioni da oggetti di uso quotidiano come tazzine di caffè e bicchieri d’acqua.

I sette nuovi profili e i test del RIS

Il 4 giugno scorso, la Procura ha ordinato un accertamento tecnico irripetibile affidato ai RIS dei Carabinieri, puntando sulle tecnologie di genetica forense più avanzate per analizzare i pochissimi frammenti biologici sopravvissuti al tempo. I soggetti coinvolti, sostiene il quotidiano, sarebbero cinque uomini e due donne. Tra loro figurano cinque professionisti (uno dei quali di altissimo profilo) e due persone strettamente legate all’ambiente lavorativo degli uffici di via Poma. I nuovi campioni sono comparati con le tracce isolate sugli indumenti della vittima, in particolare sul corpetto, sul reggiseno e sui calzini. C’è un ostacolo però: buona parte del materiale biologico, compreso il sangue sulla scena del crimine, fu consumato negli accertamenti degli anni Novanta. Oggi si lavora su tracce infinitesimali.