La scorsa settimana la Regione Emilia-Romagna ha approvato la legge sul suicidio medicamento assistito. E' una legge prudente, eppure è un segnale forte, dal momento che, a livello nazionale, la politica continua ad essere debole e pavida sui temi etici.
La legge riguarda esclusivamente le persone affette da patologie irreversibili, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche ritenute intollerabili, tenute in vita da trattamenti di sostegno vitale e pienamente capaci di assumere decisioni libere e consapevoli. Il testo segue le indicazioni della Corte costituzionale e ricalca analoghe leggi approvate in Toscana e in Sardegna.
Un passo coraggioso perché ogni volta che affrontano questioni così laceranti, il riflesso condizionato dei partiti politici è pensare al proprio orticello elettorale, alle possibili conseguenze, alle minoranze interne, all’opposto schieramento che cavalcherà la tigre. Insomma, nel dubbio meglio stare alla larga. Però i tempi sono cambiati, nell’opinione pubblica è maturata una coscienza civile che precede la politica e la costringe a distogliere lo sguardo dal dito e a guardare la luna.
Così è successo in Emilia-Romagna. Le legge è stata approvata dalla maggioranza di sinistra ma il centrodestra, sia pure contrario, non ha fatto le barricate e si è confrontato sul merito. È arrivata la posizione fortemente contraria dei vescovi, che insistono giustamente sulle cure palliative che a tutt’oggi (ed è uno scandalo) non sono garantite come dovrebbero. Ma la politica è andata avanti lo stesso, pur nella consapevolezza (l’ha detto il governatore de Pascale) che deve esserci prima possibile una legge nazionale che uniformi la disciplina.








