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di Federico Lo Giudice
29 Luglio 2026, 19:47
Claudio Ranieri, Roberto Mancini e Giovanni Malagò
Certe storie, nel calcio come nella vita, sembrano chiuse per sempre. Poi basta una conferenza stampa, una stretta di mano, qualche parola pronunciata con il tono giusto e tutto ricomincia. Roberto Mancini torna sulla panchina della Nazionale italiana. Il figliol prodigo è rientrato a casa. L'immagine biblica è inevitabile. Non perché il commissario tecnico sia stato accolto senza domande o senza ombre, ma perché il suo ritorno racconta soprattutto la capacità del calcio italiano di chiudere i cerchi. E di riaprirli quando serve. La conferenza stampa della sua presentazione è stata il primo atto di un nuovo capitolo che ha inevitabilmente fatto i conti con quello precedente: i trionfi, le incomprensioni, le critiche e quell'addio improvviso che nell'estate del 2023 lasciò la Federazione e i tifosi con più interrogativi che risposte. Eppure sarebbe ingeneroso dimenticare ciò che Mancini ha rappresentato. Quando prese in mano l'Italia, reduce dall'umiliazione della mancata qualificazione al Mondiale del 2018, trovò un gruppo svuotato, privo di fiducia e di certezze. Restituì entusiasmo, idee e soprattutto un'identità di gioco. Vinse un Europeo contro ogni pronostico e riportò gli azzurri al centro del calcio internazionale. Poi arrivarono gli errori: la mancata qualificazione al Mondiale in Qatar, alcune scelte discutibili, la gestione di un ricambio generazionale mai davvero completato e infine quella separazione consumata nel modo peggiore.










